sabato 26 ottobre 2013

L'arte di non appartenere

Non ricordo quale "punto debole" delle mie teorie contro la cultura mi indicasse un amico culture-addict in un nostro scambio di mail. Ricordo solo che non era l'unico che riconosco, unico ma innegabile: la mancanza di precedenti storici all'interno della cultura stessa, visto il potere di colonizzazione che la cultura tuttora esercita in esclusiva sugli intelletti non ridotti ad astuzia.

Per il mondo della cosiddetta cultura, infatti, dal produttore al consumatore, quello che sostengo è del tutto nuovo. Nessuno mai ha sollevato un autentico dubbio sulla cultura come valore implicito,  autosignificante, al di sopra di tutto ciò che si possa discutere. E tanto meno chi avrebbe ostentato posizioni demolitrici dall'interno. I futuristi predicavano che "bisogna sputare ogni giorno sull'altare dell'arte", ma sono stati addirittura tra i primi a produrre arte che non vivrebbe senza questo statuto (poesia sperimentale, creazioni rumoristiche etc.). I dadaisti affermavano che la vita è tanto più interessante dell'arte, ma per vita intendevano un'esistenza stilizzata come permanente performance provocativa, cioè come opera d'arte. Dubuffet, nel fatidico Sessantotto, pubblicava un pamphlet intitolato Asphyxiante culture, ma il suo bersaglio era la cultura dei musei e dei premi Nobel, quella alla quale guardiamo come a una parata militare: non quella che ha attribuito un senso e un valore incondizionati alla sperimentalità supponendo assoluti il senso e il valore della sua autosignificanza.
Ebbene, di questa cultura, che è tuttora l'oppio del popolo che si distinguerebbe per intelligenza e attitudine a pensare, diffido per primo, avendola per primo messa a fuoco come pura cosmesi antiborghese creata dalla borghesia per persuadere della sua competenza superiore in materia di inquietudine epocale.

Il mio nodo problematico è solo Guy Debord, che le affezioni borghesi della cosiddetta cultura le aveva avvistate in tempi per nulla sospetti e con cui i conti devo farli malgrado tutto.
Come è noto, Debord attacca i surrealisti dai suoi primi scritti, si dissocia precocemente dai suoi compagni di strada lettristi e, a pochi anni dalla fondazione dell'Internazionale Situazionista, dichiara la gratuità dell'arte che non sia poesia in atto nella vita quotidiana. Ma allora perché mai trarre dalla sua produzione teorica film sperimentali, compreso La societé du spectacle? E perché mai, se si vuole, comporre questo stesso testo con una scrittura così posturata, autoreferenziale, che certo non collabora con l'incandescenza del suo contenuto? Perché ambientarsi in quella produzione di "bellezza che non promette felicità" di cui auspicava la distruzione?
Poi, c'è che la sua acutissima critica all'attrazione per i fenomeni cui "si assiste" e che perciò non possono essere "vissuti" che da spettatori, punto chiave del suo pensiero, risulta in ultima analisi disgiunta da una vera critica radicale della cultura. Quanto meno perché Debord condanna come fonti di "rimbecillimento" il romanzo e il film senza adottare alcuna distinzione tra gli esercizi di autosignificanza dei Godard/Robbe-Grillet - di cui solo religiosi spettatori possiamo essere - e quelle immagini del possibile che spesso parlano alle nostre vite al punto che noi le ritrascriviamo e perciò le "viviamo". Debord rifiuta quindi quell'istruzione sulla vita quotidiana e psicologica che l'alibi della finzione riesce spesso a somministrarci attraverso immagini più concise di quelle che ricaviamo dal nostro stesso vissuto - soltanto soggetti di grandi gesta o di vicende paradossali non possono darci questo, per forza di cose. Sarebbe stato più logico - e tanto più rivoluzionario - contestare il libro in sé, la forzatura di cui generalmente è frutto, i romanzi che potrebbero essere racconti, i saggi che potrebbero essere articoli, la frequente artificiosità delle teorizzazioni stesse; quelle pratiche della cultura che ci suppongono spettatori comunque. Ed è chiaro che, se Debord non lo ha fatto, è perché era lui stesso, suo malgrado, colonizzato da un lì e allora; confezionato dalla solita Parigi come un intellettuale contro posturatissimo, con tutta la sua canonica paura della banalità di una visione della vita che non sia sovversiva/negativa ovunque, e quindi le sue forzature, le sue approssimazioni.

Con questo, sto dicendo che persino la cosiddetta cultura non è tutta no e persino Debord non tutto sì. Ma direi la stessa cosa affermando che non è tutto no l'occidente borghese, né tutta sì l'anarchia. Cioè, sto ricordando a chi mi legge che nulla a questo mondo è sacro, eccetto il piacere dell'uso della vita, che è il perno della nostra unica ragione certa di vivere e il motore delle nostre attitudini migliori. Il grande successo del parere opposto dipende infatti dal diffuso timore di assumerci questa responsabilità, al quale corrisponde la forte domanda di quell'oppio-dei-popoli tanto meno elitario che è il senso di appartenenza: così flessibile da soddisfare con formule apposite ogni tipo umano, dal povero diavolo all'intellettuale, appunto, e in ciascun caso costituendo un apposito tipo di ostacolo al pensare davvero con la propria testa.

L'inversa proporzionalità tra senso di appartenenza e pensiero individuale è dimostrata molto chiaramente dalla sottovalutazione dell'appartenenza alla lingua, il cui pieno possesso è invece importantissimo per l'organizzazione delle nostre idee, e la sopravvalutazione dell'appartenenza alla fede religiosa, di cui non si conoscono vantaggi che non appannino ogni bagliore dell'individuo. C'è anzi da dire - questa volta con Krishnamurti - che la fede religiosa non unisce: separa quanto tutti i meccanismi che astraggono dalla vita percepita. Ma è il prezzo di un'illusione di conforto evidentemente potentissima.
Singolare, come sempre, la declinazione di questo fenomeno nell'Italia di oggi. Non più cattolica nella pratica del costume sociale, l'Italia continua a mantenersi impermeabile alla chimica dell'occidente borghese per un cattolicesimo di attitudine: soprattutto per la persistenza tra la gente di bisogni di sublimazione della responsabilità individuale espressi in vario modo, compreso un subdolo bisogno di sacrificio catartico. Non a caso, l'Italia è in testa quanto a specialisti del ripulirsi l'anima: persone che, in nome di qualche virtuale contributo al bene sulla terra, si appagano della compressione delle loro scelte di vita e dei loro piaceri. Vegani, antitabagisti, antialcolisti, apostoli della terapia come forma di vita o di una rigida osservanza ecologistica, animalistica. Ma anche persone come una mia conoscente che, dopo avermi saputo completamente rimesso dall'intervento alla prostata e risultato sano come un pesce da accertamenti fatti e rifatti, mi avverte che sarebbe ora di darmi una regolatina quanto a vino e sigarette. Ed è interessante l'associazione di questo "popolo" a un paese che, da una parte, sopporta di tutto (stipendi bassi, pressione fiscale alta, servizi costosi e inefficienti, burocrazia raccapricciante etc.), dall'altra, ha persino un proprio stile di produzione di male sociale (mafia, classe politica sovraretribuita e per giunta corrotta, collusione tra mafia e politica, massiccia evasione fiscale etc.). Ovvero, tra forzati del male che contano sul perdono divino e forzati del bene che investono su una fantomatica buona condotta, molti italiani convergono su un approccio alla vita piuttosto astratto e svalutativo della percezione terrena. Naturalmente inconsapevole.
Ma in questo paese a dir poco sui generis, catto-nazional-popolare, contadino, contadale, per motivi concomitanti si è ancora più singolarmente campioni di appartenenza al luogo d'origine, categoria che viene sfruttata tanto come riduzione a stigma dell'individuo originario di luoghi con connotazioni negative (solite povertà, malvivenza e corruzione), quanto come coloritura di attitudini comunicative altrimenti inibite.
Tempo fa era capitato nella mia libreria un sociologo greco che insegna in Canada. Era particolarmente colpito dal sentir dire "quello è così perché è siciliano, napoletano, romano...", e da sociologo osservava che questo non può certo favorire la qualità dei rapporti tra le persone, dal momento che l'individuo ridotto a frammento di un luogo è ignorato come individuo.
Certo, un luogo d'origine affetto da una certa autarchia culturale, se ci siamo rimasti a lungo, può condizionare la nostra mentalità, ma tanto meno quanto più è marcata la nostra personalità e viva la nostra intelligenza. Insomma, da vere persone, è frequente che un luogo d'origine che non abbiamo abbandonato troppo presto ci condizioni come tipo di luogo (città grande, media o piccola, centro, periferia, campagna, mare, montagna, freddo, caldo, buio, luce etc.), ma questo non arriva a segnare che singoli tratti di quello che siamo, spesso anche secondari. Molto più indicativo, per esempio, il gruppo nostro sanguigno, dal quale dipende almeno se siamo portati più al nomadismo o alla stanzialità.
Al tempo stesso, su una scala addirittura più ampia, ha senz'altro più peso di quanto non si voglia ammettere il concetto junghiano di inconscio di razza, concetto che - malgrado Jung stesso - non implica razzismo se non lo strumentalizza un ideale razzista. Tanto che se ne sono serviti particolarmente pensatori africanisti come Frantz Fanon e Léopold Sédar Senghor ("La ragione è ellenica come l'emozione è nègre") e che ha determinato nel tempo identità diverse di approcci sia artistici che di pensiero. E' comunque un livello di appartenenza sul quale si stratifica qualsiasi tipologia individuale. Soltanto l'appartenenza a nuclei molto più ristretti può direttamente condizionare la struttura dell'individuo: nuclei ravvicinati che ci segnano oltre la nostra volontà.

Tra i mali di questa terra campeggia infatti l'appartenenza alla famiglia, che la si invochi o la si subisca: chi dalla famiglia si è lasciato lobotomizzare al punto di non essere capace che di pensiero sommario e sentimenti retorici; chi è stato educato a sentire la famiglia come un patto di sangue contro il mondo esterno, con svariate conseguenze nella vita relazionale; chi risente di vari traumi familiari che fa annegare in una mestizia dalla quale cerca di distrarsi con qualsiasi tipo di impegno, comprese altre appartenenze; chi quei traumi li riconosce uno ad uno e si sforza anche di elaborarli, ma a un prezzo carissimo.
E' così, bisogna ammetterlo, perché solo per assoluta coincidenza un dato contesto familiare, cioè una data combinazione di soggetti psicologici, culturalità, situazione economica etc., è quello che fa per un dato essere. E quando pure lo è, l'idea del figlio appendice del genitore e suo debitore per averne ricevuto la vita resta un'aberrazione: è la condizione di partenza di un generale crimine in progress contro la sua soggettività. Si comincia col dirgli che ha preso tutto da questo o quel genitore o nonno, per passare poi ad altri raggiri, altri crimini piccoli e grandi, alcuni anche in perfetta cattiva fede.
Ne escono immuni i cinici, i superficiali, certi sempliciotti dalla pellaccia dura, poi basta. E il problema è che sono in numero più che sufficiente per presidiare i meccanismi che contano nella società. Cioè, sono solo loro a "fare". Quelli che la famiglia ha in vario modo ferito restano in vario modo avvolti in loro stessi.
Almeno per questo, bisognerebbe cominciare a considerare che la consuetudine di far figli in automatico, complice impeccabile di bisogni di aderenza alla cosiddetta normalità, di autoaffermazione, di riempimento di una vita che altrimenti non si saprebbe riempire e di imbullonamento della vita amorosa, cioè della donna dalla parte dell'uomo, è l'anima di una maggioranza malata, elementarmente timorosa della vita e indegna di una civiltà che si rispetti. Non dimentichiamo che la "morale" l'hanno inventata i maschi e che sulla donna ha attecchito soltanto facendo leva sul suo bisogno animale di maternità. Ma non c'è dubbio che la perdita di vita sia di entrambi, oltre che il destino dei loro figli: un vero olocausto di pace in progress.
E' il motivo per il quale dvremmo abituarci a non sbigottire all'ipotesi di una società futura - magari! - in cui i figli li facciano soltanto persone specializzate, persone vocazionate naturalmente e preparate disciplinarmente per l'edificazione di "nuove felicità"; abituarci a non prendere per vita la demografia.
Un tempo, questi problemi scatenavano tanto pensiero e importanti pamphlet; penso soprattutto a Ronald Laing e David Cooper - consiglio anzi la visione del vecchio Family life di Ken Loach, ispirato alle teorie di Laing. Oggi sembra invece che se si sia fatto un passo indietro; o meglio, che si stia segnando il passo, a dispetto di una storia-della-vita che naturalmente si evolve. C'è un po' di nuovo medioevo. Si ha paura della coscienza che si avrebbe biologicamente. Per questo, quei salutari focolai di pensiero sono stati smaltiti insieme a quelli fasulli come il bambino con l'acqua sporca; per questo si svaluta la vita interiore, si disprezza l'analisi, ci si accontenta di aggiustarsi la pelle, di schermare le proprie disgrazie con stronzate. Ma si intuisce che per molti la vita non dev'essere questo granché.

Qualche giorno fa, è entrato in libreria un tipo un po' tronfio in cerca di libri sulla lirica. Quasi mi redarguisce per averne visti in scaffale solo due o tre e borbotta che il disinteresse per la lirica è una gran vergogna; poi mi dice che lui ne è diventato pazzo dopo aver scoperto che suo nonno era stato l'amante di una certa cantante di rilievo. Ma qualche ora fa è successo di peggio. Un altro cliente mai visto prima, dall'aspetto dignitoso, mi chiede se ho fascicoli di Storia Illustrata; gli dico che non tratto riviste; mi chiede se ho il fascicolo speciale di quella rivista dedicato alla storia universale del mondo; gli dico che anche un volume così non è del tipo che tratto; mi chiede se so se è stato ristampato; gli rispondo che ovviamente non lo so; mi chiede quali materie tratto; gli rispondo letteratura, cinema, teatro, musica, arte, filosofia, politica e scienze umane e sociali; mi chiede se ho libri di medicina, mettendomi al corrente che il suo compianto padre faceva il medico, oltre ad essere abbonato a Storia Illustrata - credo di aver semplicemente sorriso, alzato le spalle, cose simili.

Poi, so di tanti amori che falliscono per terrore di appartenenza all'altro e/o eccesso di appartenenza ad altro, continuo a incrociare culture addicts incapaci di dubbio sull'opera di cosiddetti grandi e anche di accettarlo da parte di altri, sento tanta gente convinta che il senso alla vita lo dia solo il riempirla di checchessia, ma che autentiche convinzioni non sembra esprimerne mai, e mi accorgo sempre più che la gente che viaggia tanto dice assai di rado cose che non sia noiosissimo ascoltare.
A questo proposito, a chi viaggia al semplice scopo di visitare luoghi e monumenti segnalo con piacere che, se solo fossimo abituati a giudicare anche i monumenti dal punto di vista del gusto, anziché ammirarli senza metterli in relazione a nulla, cambierebbe tutto. E sarebbe una buona mossa.

martedì 5 febbraio 2013

Spu(n)ti di riflessione

Comincio da una conversazione di qualche tempo fa con una persona più anziana di me. Si era alla vigilia delle elezioni e si parlava di miseria del nostro centrosinistra. "Bersani - diceva il signore - è solo un provinciale grezzo e ignorante. A Roma non sarà mai andato all'Accademia di Francia; sarà giusto andato alla fontana di Trevi a gettare monetine". Con identica mentalità, Sgarbi dice di Grillo che "non sa chi sia Simone Martini". Ma che cosa c'entra questo tipo di sapere con le meraviglie della vita, quelle vere, di cui Bersani farebbe bene a occuparsi e Grillo sembra che comunque lo faccia? Niente, solita retorica! Non che il politico e il poeta siano "troppo per una sola persona": almeno Vaclav Havel la sua l'ha fatta. Piuttosto, che tra certi prodotti della cosiddetta cultura - la maggior parte - e un pensiero effettivo, utile al politico come a chicchessia, passa una distanza che è sempre la retorica a colmare; naturalmente sotto forma di stilizzazioni e forzature dello scibile. La sovrastima della cosiddetta cultura, soprattutto di quella "bellezza che non promette felicità" (solito Debord), nasce dal bisogno della borghesia storica di distinguersi dal "popolo" per motivi più logici di quelli della vecchia aristocrazia. Si era infatti servita di un artificio meritocratico: affermare la superiorità della propria condotta attraverso la capacità autocertificata superiore di apprezzare cose che non è affatto istintivo apprezzare; in pratica, apprezzare l'inarrivabile - per raffinatezza, complicatezza, ma anche semplice evanescenza, scarsa presa sui sensi - per ostentare inarrivabilità. Un artificio che, almeno all'origine, sarà senz'altro costato notevoli sforzi di alienazione agli interessati, ma che nessuno, nagli anni e nei secoli, ha mai avuto il coraggio di mettere in discussione, e con la conseguenza di (mal)educare la gente alla non distinzione fra istruzione e pensiero.
Per questo, almeno col senno di oggi, si può dire che il sapere intasato di simulacri produca soprattutto replicanti: genoflessi che non sanno di esserlo soltanto perché quel sapere è ufficialmente laico. Il loro meglio è un'infarinatura di gusto in qualche modo raffinato; il loro peggio, non capire che l'evento artistico multimediale con videoproiezioni di pincopallino, suoni di pincopallone, versi di pincopalloccio, anzi di Rimbaud, recitati da pincopalletta che ha una vooooce meraviglioooosa, è per forza una bufala - e il suo costo uno dei tanti sprechi da evitare.
Naturalmente, l'ignavia di Bersani è del tipo opposto, modello base. Ma parliamo invece di Grillo, che senza Simone Martini e forse anche senza "L'uomo in rivolta" di Camus (al quale attribuirei ben altro peso) ha dato voce all'intolleranza giusta, anzi l'ha sollecitata, e che semina anche fuori del nostro paese, suscita l'osservazione. Se tutto va bene, con Grillo si va oltre Grillo. La primavera italiana che ci serve. L'Italia laboratorio dell'Occidente mezzo secolo dopo piazza Statuto, ma questa volta per i cittadini, non per l'ideologia. Finalmente una rivoluzione senza molotov e finalmente una rivoluzione non borghese.
Infatti, l'altra anima è Mujica, il presidente di una periferia del mondo che, nei suoi discorsi, parla di "felicità", scomodando una categoria così più ampia della specialità della politica. Mujica parla di uscita dai meccanismi dell'economia capitalistica che di felicità non ne producono e quello che ci suggerisce è degno della più illuminata visione della vita: riconoscere e interpretare il meglio possibile il nostro desiderio impegnandoci di conseguenza, senza industriarsi oltre. Insomma, che questo lo dica un politico è un sintomo di cui approfittare, se è una società di soggetti quella che vogliamo; e che questo bagliore venga da liggiù è il sintomo di un mondo che sta fortunatamente cambiando.

Ma ora torniamo alla microscala dell'affare cultura e sapere, che resta un brutto affare se non si realizza che il sapere tradizionalmente inteso, quello che sarebbe "potere" secondo un vecchio proverbio, non è detto né che sia stato né che sia automaticamente pensiero. C'è una parte di sapere che ha fin troppe possibilità di non essere pensiero e perciò di nutrire potere fasullo. Potere ormai innocuo su larga scala e praticamente non più esercitato da alcun soggetto, almeno fuori dagli ambienti accademici, ma ancora subito per cattiva abitudine da quella piccola parte di società che sarebbe invece la più raffinata, la più sensibile. Il problema è sempre l'affidarsi a un sistema astratto, finito, altrui, di concetti e formulazioni anziché alla facoltà meravigliosa di speculare sull'esperienza, di cui si teme evidentemente - ma direi sprovvedutamente - la banalità. E qui, purtroppo, c'entra anche la filosofia.
L'esempio chiave: l'uomo di cultura filosofica che contesta proprio il valore della soggettività invocando la formula che siamo tutti "intrisi di mondo". Spinoziana o di chi altro sia tornato sul problema poi, che cosa ci dice di rispendibile questa formula? Di sicuro, che vegliamo tutti all'impiedi e dormiamo stesi; che mangiamo più o meno tutti in orari simili, con lievi differenze tra nord e sud del mondo e tra città e campagna; che desideriamo tutti un'accettabile appagamento affettivo e un'attività che ci procuri reddito; che abbastanza spesso ci facciamo influenzare da mode di gusto e di costume... tutto ozioso, se si vuole. Problematico è solo che seminiamo figli come bestie per pura consuetudine, e lo è proprio per la scarsa considerazione del soggetto che abbiamo. Ovvero, la formula resta non problematica per la vita finché non si chiama in causa un dato che la contraddica - la soggettività, categoria presunta invece irrilevante rispetto a un tutto. Ovvero, la formula è inerte per la conoscenza non specializzata, mentre è utile a una conoscenza specializzata, la quale ammette al suo interno artifici a scopo indagativo/interpretativo. Ovvero, la filosofia è utile come piattaforma di metodi indagativi e interpretativi, ma, se scambiata per maestra di vita, inganna la conoscenza e la coscienza individuali.
Prova ne è che la psicanalisi, la scienza umana per eccellenza, si serve di fenomenologia e di filosofia del dialogo per il suo metodo, ma alle sue ipotesi e alle sue conclusioni nessuna fonte filosofica collabora mai direttamente. Svolta una certa funzione interlocutoria, viene messa da parte. Evidentemente, non è utile alla conoscenza di se stessi - come non lo sono un Lacan, un James Hillman e chiunque abbia coltivato l'ambizione borghese di rendere "artistica" la propria personale postura psicanalitica.

Con questo voglio dire che la nascita della psicanalisi, ma soprattutto l'affermazione della sua "utilità", è come se avesse spinto l'autocrate filosofia verso la costola retorica delle due culture - cioè quella umanistica. Quanto meno l'ha spinta a concedersi di operare e predicare rispetto a un surrogato della vita psichica umana molto simile a quello che soddisfa l'occulto fine alienativo/sublimativo della cosiddetta cultura in genere. Pura coda di paglia quella di Deleuze e Guattari, che negli anni Settanta avevano teorizzato l'invenzione di un inconscio fittizio da parte della società degli psicanalisti. Bisognava depistare in tempo le coscienze da un'ipotesi ormai ineludibile: che la storia di tutta l'intellettualità alienata dalle finalità pratiche della società sia la storia delle forme più sofisticate di gestione della paura; una storia dell'arte di vincere al braccio di ferro con l'emozione.
Ora, la meta di una volontà che sovrasti l'emozione, che faccia dei sentimenti solo passioni vertiginose e delle minute angosce esistenziali dubbi apocalittici con i quali si dorme lo stesso, con amor proprio sempre in ordine, potrebbe interessare a tutti; al punto che il bello della responsabilità individuale potrebbe anche andarsene al diavolo. Resta solo da verificare quale livello di piacere sopravviva a questo tutto freddamente logico, stilizzato, elegante, inodore; e anche quale stato dell'essere effettivamente adatto a vivere il piacere, il che significa soprattutto supporlo ripetibile.

Ricordo di un amico che non frequento più da un bel po'. Proprio un intellettuale parigino.
Una sera si era a casa sua e, tra gli invitati, c'era un personaggio noto. Non parlava, se ne stava prevalentemente a testa bassa, a volte si sfregava le mani. Io non osavo chiedere a nessuno che cosa avesse, capendolo bene. Poi, a un certo punto, il mio amico fa "scusa... stasera devo curare lui", al che io gli chiedo, domanda retorica, se è depresso, e l'amico mi risponde, tradendo un certo disagio, che quel personaggio aveva avuto "forti delusioni dal Partito Socialista".
Dunque, un personaggio noto che frequenta intellettuali, ma che non è esattamente un intellettuale, mostra sintomi tipici della depressione, di cui sta presumibilmente soffrendo, non possedendo quegli strumenti superiori di controllo della realtà; al tempo stesso, l'amico intellettuale, che quel male lo ignora, non lo vede, non lo riconosce, resta spiazzato, quasi sgomento, al solo sentirne il nome.
E' un fatto che mi fa pensare alla retorica del suicidio dell'intellettuale. Dico retorica perché l'opinione comune è che si tratti di un gran gesto, un suicidio cosiddetto "altruistico" (Durkheim), di segno opposto a quello del povero diavolo rimasto senza affetti e/o senza un soldo - e che non è neppure un imprenditore disperato dell'italietta montiana.
La mia opinione, in ogni caso, ribalta la scena: gran gesto quello dell'uomo comune che impugna la sorte di non-piacere che per qualche motivo gli è toccata e gesto perdente tout court quello dell'intellettuale, colto alla sprovvista dalla percezione fatale di un'esistenza mancata per baro, nascosta a se stesso attraverso artifici di mestiere. A spanne, potrebbero non essere così soltanto i suicidi di Pavese, di Stig Dagerman e forse di Guy Debord - tra quelli che mi vengono in mente.
Naturalmente, la stragrande maggioranza degli intellettuali non muore suicida; vive e predica fino alla fine bypassando la chimica della psiche umana; chi da melanconico con il solito alibi che il mondo va così, chi da fiducioso che la maschera della sprezzatura, con conseguente avarizia di sorrisi e cordialità, procuri una forma di vita accettabile e chi da finto estroverso che parla, parla e parla, senza accorgersi dell'altro. Tutti, in ogni caso, inclini a un senso dell'altro carentissimo. Tutti, dunque, soggetti cui manca un pezzo, e per un motivo ben chiaro: che sono soggetti "specializzati", mutilati individualmente dalla stessa attitudine alla specialità che disequilibra la politica e l'economia, e al pari di un prete, di un militare di carriera, di un mafioso...

La miseria della specialità, in generale, deriva dal suo costituirsi di energie concentrate in un solo ambito, a sua volta utile alla vita soltanto per una prestazione interlocutoria o perfettamente fine a sé stesso. L'economia, per esempio, è potenzialmente utile alla vita, ma non è sua funzione darci lezioni di vita, essendo la vita un'entità globale, non specializzata. E' parte della vita, ma non l'entità che la sovraordina - funzione che già il bolscevismo le aveva assegnato, causando il fallimento del socialismo reale, e che oggi sta assegnandole il capitalismo, con le conseguenze che sappiamo.
Quanto alla produzione di lavoro intellettuale, invece, la sua utilità è inversamente proporzionale al suo grado di specialità, che si tratti di produzione di pensiero o di cosiddetta arte.
L'idea dell'arte "non utile" per definizione è infatti l'assunto di base, squisitamente sovrastrutturale, di quello storico pensiero borghese, il suo credo dogmatico. Già Heidegger, cerchiobottista qual era, una funzione gliel'aveva assegnata: "abitare poeticamente il mondo". Ma siamo al solito parto elegante e laconico da società-del-discorso. Perché la possibilità che l'arte ci dia qualcosa, espletando dunque una funzione, esiste eccome, dal momento che può sia "piacerci" che "illuminarci". L'importante è che sia l'artista a sentirsi dentro questo desiderio, anziché quello di sfruttare al massimo la retorica del suo ruolo, molto più comune e che in una sola mossa lo fa competitore esibizionista e lo specializza. Insomma, ci siamo mai chiesti quanti romanzi potrebbero essere tutt'al più racconti lunghi - problema di cui ho discusso nel mio precedente post ("per un'estetica veramente anarchica") - e quanti trattati filosofici non più che lunghi articoli? Sembra che sia quasi una regola generale! Ed è chiaro che qui si passi da un'utilità all'altra, che è quella esclusiva dell'autore. Cioè, di "non utilità" non se ne parla.
Siamo noi che dobbiamo finalmente rendercene conto: anche per accedere senza dimenticarci di noi alle eventuali parti attive di questo sapere e usarle da materia prima, non elettroshock. Intanto, stiamo anche attenti alla retorica del genio, che retorica è, se si pensa all'artista. Dopo le epoche in cui tutto era ancora da fare e da pensare, è meglio dare del genio a Freud, a Gandhi, non a un Joyce o a un Duchamp o a un Cage. Nel girello della specialità, di cose geniali se ne fanno come i bambini nel loro, con la differenza che l'illimitato principio del piacere dell'artista taglia frequenze anche a sensi e sentimenti. Tutto gira su se stesso. Altro che genialità!

Un giorno, un cliente della mia libreria mi aveva sentito affermare che il miglior anarchico è quello che non sa di esserlo. Subito mi chiese a chi alludessi: si aspettava un po' di nomi di illustri personaggi. Che ve ne pare?











martedì 19 giugno 2012

Per un'estetica veramente anarchica (e per farla finita con la cosiddetta cultura)


1. L'umanismo tradito.  Sull'idea di un'estetica più libera della vita si sa che la cosiddetta cultura ha sempre investito molto.
Il primo passo è splendido: la valutazione romantica dell'interessante come bello, o a discapito del bello (Schlegel), la quale mette in moto il dubbio sulla retorica altomimetica e apre la strada al senso poetico del sentimento umano e della sua imperfezione. Persino la musica, l'arte proporzionalmente più snaturata da quelle ricette di stilizzazione (essendo un'arte eminentemente psichica), ne assorbe una bella scossa: un legame finalmente forte del musicista allo strumento, uno solo, e una drastica semplificazione delle strutture compositive a vantaggio dell'espressione, o "informazione sul sé", che questo legame consente e stimola - si pensi alla brevità e alla forma canzone che caratterizzano le più intense pagine di Chopin, Schumann, Liszt...
Ma la prospettiva di un'arte "liberata" viene immediatamente dirottata su percorsi meno pericolosi per l'autorità dell'arte, e con un alibi perfetto: l'opposizione irrazionalista dell'arte alla società, di cui Novalis potrebbe essere il portatore sano. Sicché quel concetto di "interessante" viene addirittura esaltato, ma attraverso torsioni su torsioni ad usum delphini, e la liberazione della/dalla forma passa da mezzo della veridicità dell'espressione a fine dell'arte stessa, consacrazione dell'assoluta superiorità dell'arte all'emozione terrena.
Questo atteggiamento, in cui si riconosce lo spirito delle avanguardie, dalle prime alle ultime, contiene dunque una rivelazione importante: che la cosiddetta cultura non è il contenitore cumulativo e neutrale del sapere del quale potremmo servirci tutti; piuttosto un esteso e ramificato nucleo di potere particolarmente attento a mantenere il suo dominio inaccessibile a chi non presenti la precisa caratteristica di capirne o saperne riprodurre o moltiplicare determinati codici.
E' esattamente questo, dacché la sua funzione primaria è di contrassegnare la borghesia. Non certo quella del faccendiere, né quella del borghese piccolo piccolo, ma una infinitamente più nobile. Quella che in Francia aveva rivendicato il suo status con la rivoluzione e che nel mondo protestante aveva nel sangue anche il germe operoso di certa aristocrazia. Quella di cui faceva parte Nietzsche quanto Marx, e di cui ancora fanno parte l'intellettuale, l'artista, il professionista di lignaggio. E' la classe che per oltre due secoli ha salvaguardato l'ultima mappa delle classi stabilita non esattamente dal denaro, e una classe che nulla avrebbe mai salvaguardato meglio di un olimpo dell'intelletto; nulla meglio di una riserva di opposizione interna a se stessa; nulla meglio di un falsetto libertario così capace di irridere e ricattare moralmente il desiderio profano.
Che i dadaisti abbiano predicato di lasciare mogli e amanti, scendere per strada e sparare alla folla è la prova estrema della loro appartenenza a quell'olimpo e la prova estrema che quell'olimpo sia la sola agenzia autorizzata ad autorizzare atteggiamenti in contrasto con il buon senso, il che, per molti aspetti, significa anche con i sensi e le attitudini della psiche umana.

2. Sinossi della falsificazione.
  Questo è il motivo per il quale estetica e psicanalisi non si sono mai date una mano (Norman O. Brown), esito che potremmo persino considerare autonomo dalla storica polemica delle "due culture" - umanistica e scientifica. Ma è evidente che la rinuncia non sia pesata granché. Soprattutto di fronte all'eccitante condizione di godere di una libertà che funziona da merce di scambio. Più l'artista è autoindulgente e più la cosiddetta cultura, proprio perché quell'autoindulgenza la spaccia per sentire superiore in materia di desiderio e di libertà, protegge la sua classe protettrice. A garantire la riuscita del tutto, l'implicito ricatto morale a chi pure penserebbe e sentirebbe "in alto" – il quale, per riflesso condizionato, mai metterebbe in discussione ciò che del pensare e sentire "in alto" costituisce l'autorità. Anche perché la sua fatica di stare al gioco, di apprezzare, capire o fingere di capire il capriccio d’autore in cui potrebbe anche non esserci proprio nulla da capire, la ricompensa in automatico lo status symbol dell’essere “uomo di cultura”.
In sé, l'autoindulgenza dell'artista è un atteggiamento non libertario perché si concretizza puntualmente in un artificio di forma tanto significativo per la specialità alla quale appartiene, quanto direttamente o indirettamente dannoso alla comunicabilità di un eventuale contenuto extra-estetico. Cioè gode di una libertà che all'esterno non si riproduce o si riproduce come suo opposto (difficoltà di interpretazione, necessità di studio etc.).
Nelle arti che hanno la facoltà di narrare (letteratura, cinema e teatro), per esempio, l'effetto ricorrente è che, anziché acutizzare il senso di un contenuto che, se effettivamente esiste, sarebbe magari propositivo di per se stesso, ne surroga la vitalità intrinseca con quella autosignificante di un filtro forte che inevitabilmente lo appanna.
Prendiamo Joyce. Ci mancherebbe che non avesse avuto a portata di mano contenuti di rilievo! Ma l'artificio temporale dell'Ulisse li sgrana, li polverizza, li strania dalle proprietà temporali delle associazioni dell'inconscio. Né ci aiuta a raggiungerli per altra via l'artificio dello stile differenziato di ogni capitolo - se non, banalmente, dove è più lineare.
Nel cinema, ovviamente, l'autoindulgenza è il pane del regista sperimentale o militantemente cinefilo. Godard, per esempio, attraverso il "godardismo" (misto di culto dell'immagine alla sovietica, trasposizioni di Lacan e qualche scheggia di semiologia), filtrava incandescenti riflessioni sui paradossi dell'ideologia, del rapporto pubblico-privato, della differenza uomo-donna etc., con l'effetto di farle apparire tanto più eloquenti come riflessioni sull'arte e la cultura del cinema. E la conseguenza sociale, anche contemporanea, è che chi non capisce o non apprezza il cinema di Godard è semplicemente perché non è un addetto ai lavori; quel filtro gli parla poco. Mentre chi non riesce a interpretare certi passaggi de "La via lattea" di Bunuel è perché ne ignora certi contenuti che varrebbe invece la pena di conoscere (le eresie della cristianità), dal momento che (l'anarchico) Bunuel, persino in un film-saggio in forma di elenco, non adopera autentica violenza alla naturale aspettativa di causa-effetto. Chi poi non capisce "Strade perdute" o "Mulholland Drive" di Lynch è solo per scarsa familiarità con la vita oltre l'evidenza o scarsa disponibilità a saperne. Si parla di sogni, come ne facciamo tutti, e alla fine i conti tornano - a Lynch, piuttosto, potremmo avere il diritto di non perdonare "The Inland Empire", almeno quanto non perdoneremmo a Pasolini "Porcile".
Questioni lievemente diverse vanno sollevate riguardo la musica: sia in quanto arte "non imitativa" (platonianamente detto) che per la singolarità della sua presa sull'inconscio. Il che significa capacità di suscitare in noi tristezza, gioia, pace, abbandono, tensione, tormento etc. senza la mediazione di un autonomo contenuto.
Infatti, negli anni Sessanta e Settanta, in pieno delirio di onnipotenza dell'autoreferenzialità dell'arte, circolava persino l'ipotesi che la musica non potesse essere arte se non da negatrice assoluta di quelle straordinarie proprietà. Il patrimonio classico veniva rispettato per retorica, il rock tenuto in considerazione soprattutto per allettamento nichilista, il presente affidato a Cage e dintorni, i rumori del caso. Ovvero, la musica non poteva essere arte se non era frutto di autoindulgenza assoluta dell'autore. Ovvero, la cosiddetta cultura negava la musica alla gente. Fesso chi ascoltava musica intelligibile che non fosse vetusto parto dell'accademia.
Questa è forse la forzatura che più di tutte svela la cosiddetta cultura nella sua disonestà e nella sua gratuità. Al punto che la sua funzione più apprezzabile potrebbe risultarne la protezione dell'artista autoindulgente non come dispensatore di sentire superiore, ma come individuo che, fuori da quell'intoccabile carica pubblica, avrebbe facilmente impersonato una "forma di esistenza mancata" (L. Binswanger) per eccentricità, disadattamento o anche incapacità di godersi la vita. Resta il fatto che neppure questo ci sarebbe senza la sua funzionalità estrema a quel tacito patto di sangue, e che quindi neppure gli artisti stessi, a prescindere dalle loro esistenze private, ne sono stati beneficiati allo stesso modo. Non a caso, quello che ha espresso "senza filtro" contenuti anche particolarmente ricchi, o semplicemente fatto musica ricca, non spogliata di tutto, la cosiddetta cultura lo ha destinato a una sorta di seconda scelta. Non è un portavoce eletto. Così persino Kafka rispetto a Joyce! Davvero il colmo! Ma poi un Roth rispetto a un Burroughs, un Petri rispetto a un Godard e immancabilmente ogni grande artista del jazz, da Ellington a Mingus, da Monk a Coltrane, rispetto ai Cage, Stockhausen, Ligeti...

3. L'input situazionista.
  Tutto questo, però, non significa affatto che l'artista debba "servire il popolo" tout court, e tanto meno l'establishment. L'artista è libero per definizione, almeno nel fare arte, e sta a lui scegliere un uso, un carattere, una forma di questa libertà: sceglierne una destinazione specializzata o no. La cosa certa è che questa libertà non viene esportata dal prodotto estetico che, a qualsiasi titolo, può essere goduto soltanto attribuendogli un plusvalore estetico di competenza specializzata. Chiunque, persino lo studioso, per goderne, deve adoperare un codice appreso, indipendente dal proprio sentire, rimanendone inesorabile spettatore.
Sull'importante questione dell'impossibilità di chi è spettatore di "vivere" qualcosa si è notoriamente espresso Guy Debord, e con l'acutezza di liquidare anche ciò che di simile avevano anticipato i borghesissimi surrealisti.
Dopo aver fondato nel '57 l'Internazionale Situazionista con l'adesione anche di alcuni artisti visivi, Debord ne espelleva l'intera ala artistica nel '62. In una visione situazionista del mondo, non riconosceva altra arte che la poesia in atto nella vita quotidiana, di cui nessuno è spettatore. Ammetteva soltanto, entro limiti purtroppo un po' rigidi, la possibilità di un "uso" situazionista dell'arte.
Mai spiegato in dettaglio da Debord, questo concetto non può comunque che sottointendere un equiparazione tra il bello e l'interessante che ci mette - eventualmente - a disposizione il prodotto estetico e quelli che appartengono alle "situazioni" che siamo in grado di costruire e vivere, il che ci fa trarre due importanti conclusioni di carattere generale: 1) che l'arte come specialità separata dalla vita non ha possibilità di autonomia, ma solo di autarchia; 2) che non esiste un modo di "vivere" il prodotto estetico diverso dal goderne attraverso i nostri sensi, il quale ce ne fa protagonisti e responsabili, mentre il puro godimento estetico è una condizione indotta unicamente da un'istruzione ricevuta e che può apparire partecipativa solo per assuefazione al codice specializzato di quell'istruzione.

4. L'oggetto dell'estetica anarchica.
  Queste conclusioni sono importanti anche perché restituiscono il termine "estetica" al suo originario significato di settore della conoscenza in cui è coinvolto l'uso dei sensi (Baumgarten), significato innegabilmente più ricco di quello operante, oltre che etimologicamente corretto. L'estetica come costola della filosofia che si occupa delle arti e che, al posto dei sensi, chiama in causa un apposito codice ricettivo esiste solo per puro comodo della cosiddetta cultura. Anarchica, pertanto, dovrebbe essere prima di tutto un'estetica che non rispetti quel comodo di casta che limita la nostra conoscenza e si riappropri della libertà di spaziare ovunque: dal prodotto statutariamente estetico che ci suscita godimento pratico alla situazione della vita quotidiana.
Ma il problema può anche essere esaminato più in dettaglio da un'angolazione diversa: in particolare, quale contributo di sentire libertario o di bellezza che "libera la testa" possiamo ottenere dai prodotti statutariamente estetici, da quali, a quali condizioni e se queste condizioni possono essere eventualmente diverse da quelle in cui godiamo di situazioni della vita quotidiana.
Cominciamo allora col distinguere i contributi di libertà e di bellezza, essendo cose diverse, e col dire che il messaggio di libertà veicolato da un prodotto estetico è un messaggio di contenuto che la forma può tutt'al più acutizzare, mentre la bellezza trascende la distinzione tra forma e contenuto. Questo, con buona pace della vetusta, facilona, visione crociana di tutte le arti sotto un unico cielo.
Pertanto, il messaggio di libertà non può essere veicolato che in modo molto ellittico da un prodotto estetico che non ha la facoltà di narrare, condizione che quanto meno ne impoverisce il potenziale di coinvolgimento emotivo. Ma è importante anche che non lo ostacoli alcuna barriera ricettiva perché - anarchicamente - "si completi" attraverso la nostra libertà.
Grandissimo Edgar Allan Poe a sostenere il racconto come atto di generosità dello scrittore verso il lettore; cioè l'importanza di una funzione "donativa" dell'artista, di una visione del mondo messa a disposizione dell'esterno. E grandissimi Bunuel e Ferreri a mostrare visioni del mondo anarchiche con la massima estraneità agli artifici di forma. Scene e sequenze concepite unicamente per mostrare al meglio ciò che evidentemente premeva loro mostrare. Nulla di più, se non si è così burocrati da leggere come artificio di forma il lungo piano sequenza ferreriano di "Dillinger è morto". Ma di loro è interessante anche un altro aspetto: che, accanto ad altri di indubbio spirito libero (tra cui Fellini e Pasolini), sono stati tra i massimi detrattori dell'esportazione del film in lingua origiale con sottotitoli - all'opposto dei Godard, Straub, Wenders, naturalmente. Detrattori del godimento estetico del film e sostenitori di un godimento così pervasivo da richiedere il conforto della lingua in cui si pensa e si sente.
Almeno rispetto al messaggio di libertà, si può dunque sostenere che il prodotto statutariamente estetico sia in netta prevalenza eteronomo. Vale ciò che l'artista ha da dire o contraddire della vita, senza che chi dice l'inedito sia migliore di chi mostra per far sentire, e le condizioni di ricezione è importante che siano quanto più favorevoli alle esigenze sensoriali del destinatario.
Ma non sono poi così fiscali gli ostacoli che a questa visione pone necessariamente un discorso sul prodotto estetico portatore di bellezza. La differenza consiste nel fatto che per "bellezza" si può valutare anche l'intensità, caratteristica capace di estendere la possibilità di godimento non soltanto, per esempio, alla tensione drammatica, ma anche ad aspetti che dipendono unicamente dalla forma. E sappiamo bene che questi, se nelle arti che narrano sono comunque complementari al contenuto, possono avere valore autonomo in poesia, ancora più chiaramente in arte visiva e del tutto in musica.
La questione si fa complessa solo perché la poesia ha modeste possibilità di interagire con la vita quotidiana del non poeta, l'arte visiva non ne ha praticamente alcuna con quella del non artista - tanto che può "dilettare" il bello di un dipinto non iconico, come può "colpire" per motivi del tutto extra-pittorici il contenuto drammatico di un dipinto iconico - e la musica ne ha invece finché se ne vuole, più o meno a tutti i livelli.
Un godimento spregiudicato della poesia, infatti, è praticamente impossibile. Nella poesia tradizionale, la goffagine della sua forma mortifica un contenuto presente - motivo per il quale, anche di un Leopardi, ciò che godiamo non è che una faticosa ricomposizione di frammenti di un sentire antiretorico eventualmente anticipatore del nostro. Nella poesia progredita, le strategie che provvedono a un'unità forma-contenuto, intenzionale o reale, non possono suscitare che un godimento specializzatissimo, tra parole, suoni e impianto grafico.
L'arte visiva, dal suo canto, è quella che ha la presa più modesta rispetto al suo ruolo istituzionale. Benché percepita con il senso solo mentale che è la vista, il suo potenziale evocativo può facilmente mettere in moto reazioni psichiche di qualche intensità; persino il solo colore. Ma la cosa ha spesso molto poco a che fare con il linguaggio dell'artista, e per nulla con quello che è metalinguaggio. Nel senso che, se lo scolabottiglie di Duchamp è un'icona per chiunque sappia che cos'è e aria fritta per chiunque altro, la fotina di Gina Pane che si tagliuzza un braccio con una lametta colpisce anche il profano, ma quanto lo colpirebbe una qualsiasi visione simile.
D'altronde, l'affanno sinestetico delle avanguardie e neo-avanguardie visive potrebbe essere il sintomo più progredito di questa congenita impotenza.

5. Il punto su "la più importuna delle arti" / Elogio del jazz.  All'arbitrarietà dell'arte visiva - che apposta si chiama solo "arte" - fa come da contrappeso la pervasività della musica - di cui apposta la cosiddetta cultura si limita a riconoscere la produzione propria. Infatti, soltanto chi la musica non la "sente" non ne viene coinvolto - godendo, in compenso, del vantaggio impagabile di ridurre a decibel il fastidio per la musica subita. Chi la sente non può che derivarne o reale godimento o reale fastidio.
In generale, considerando che siamo tutti tanto diversi quanto anche simili, la musica che più ci procura godimento musicale è quella che più possiede la facoltà di trasmettere emozioni attraverso mezzi propriamente musicali. Quindi, musica strumentale, priva di un testo comprensibile che le sottragga energia, cioè ricca di elementi, di carattere e di espressione endogeni, che sia drammatica o gioiosa, tesa o rilassata, desolante o edificante; musica anche di lessico avanzato, purché in qualche modo intelligibile. Stiamo ovviamente tra musica classica, jazz, qualche raro esempio di musica etnica e qualcuno ancora più raro di rock - la cui anima musicale non è praticamente mai maggioritaria. Perché la musica banalmente orecchiabile, a parte l'associazione al vissuto, non può suscitare che godimento musicale modesto, se non fastidio per eventuali risvolti di volgarità o di regressività congelata, mentre la musica di pura indeterminazione, cioè per nulla intelligibile, non può suscitare alcun tipo di godimento sensoriale, non essendo così il fantomatico godimento estetico.
Ciò nonostante, la musica classica, anche nella produzione ancora estranea alle avanguardie, è quella che più pone ostacoli al godimento, che assicura più facilmente a un orecchio "ammaestrato" che a uno sensibile. E questo perché  - almeno da Haydn in poi, ma collocando Mozart nel prima - è la sola musica che è stato possibile creare a meno di talento naturale e senza che ciò la "declassi". O più esattamente, perché l'autosignificanza del suo statuto accademico è stata sempre tale da "coprire" il passaggio faticoso, non sentito, architettato per collegarne altri presumibilmente più felici, ma anche l'intero movimento di una sonata, un concerto o una sinfonia che è stato creato soltanto per compilazione della relativa forma compositiva. Episodi che l'orecchio ammaestrato arriva persino a magnificare, affascinato dalla loro incongruenza che ama interpretare come mistero, tempo reale dell'emozione o cose simili, ma che l'orecchio sensibile avverte immediatamente, e giustamente, come musica che non scorre, dalla quale si riceve poca cosa, se non il fastidio del baro. E pensare che di episodi così se ne ritrovano in Beethoven, Schumann, Brahms, Mahler..., tantissimi! Si fa prima a dire che, in tutto il secolo romantico, ne sono immuni appena Schubert, Chopin per piano solo e Liszt per piano in genere. Poi sarà ancora peggio.
Immune è invece quasi tutta la musica pre-ottocentesca - che potremmo considerare pre-borghese. Perlopiù scorre e perlopiù se ne può godere. Soltanto che la sua distanza dalla nostra sensibilità, dovuta anche all'antica fede nel sentimento sublimato, ne fa il godimento più freddo, meno sostanziale, un po' evasivo; alienato almeno quanto lo è mediamente la fruizione di tutto ciò che è remoto. Tanto che, fino a tutti gli anni Sessanta, le esecuzioni di Bach, Vivaldi o chi per loro si tendeva un po' a "ottocentizzarle". E tanto che lo stesso problema aveva sensibilizzato anche la sponda dell'eresia: il Glenn Gould delle sue prime "Goldberg".
Nulla però ha impedito di essere una clamorosa occasione perduta alla musica novecentesca, che proprio lo spirito dell'avanguardia ha consegnato ancora più rigorosamente all'immunità accademica. Il cliché depressivo che, nel secolo precedente, poteva anche esprimere la superiore coscienza dell'artista che avverte una vita inavvertitamente depressa - come è invece facile immaginarla oggi rispetto alla nostra - viene sostituito da quello prettamente filosofico della desolazione, come se la coscienza "progredita" non potesse che cristallizzarsi su una sola gamma di tonalità emotive. Una simulazione di umanismo fatta su misura per la ricerca che già ai primi del Novecento eccitava il musicista borghese, al quale, da allora in poi, l'essere talentuoso non procura proprio più alcun vantaggio, ma soltanto ostacoli. Sicché, all'orecchio sensibile non restano che schegge: essenzialmente, il Debussy pianistico, un po' di Satie (soprattutto evitando di capirlo a fondo), un po' dello Stravinsky russo-parigino, pochissimo Bartok, un po' di Ravel, un po' di musica chitarristica spagnola e, diciamolo pure, un bel po' dello snobbatissimo Rachmaninov. Il resto è ad uso esclusivo di un orecchio iperammaestrato.
Da un certo punto di vista, spregiudicato a dir poco, la perdita novecentesca di una musica di qualità che sia anche musica "per l'umanità" è stata lentamente compensata dalla maturità del jazz. E questo, per motivi che sembrano addirittura banali, ma che evidentemente non lo sono affatto.
Come musica nata dal basso, il jazz non accoglie il non talentuoso, che nessuna sovrastruttura borghese avrebbe indirizzato alla musica. Al tempo stesso, è una musica strumentale a parti reali, in cui il musicista, che è autore-esecutore, coltiva una propria tecnologia del sé e la mette in relazione con quelle di altri musicisti; lavora a una sorta di "espressione di sé desiderata" che è facile identificare nella musica che desidererebbe ascoltare. Ma una cosa singolare è che proprio questi aspetti così connessi all'idealità romantica, pratica, olistica, dell'artista nero costituiscono aspetti di assoluta autonomia rispetto al fine di una musica ricca, connotata di individualità e musicale, e che per questo hanno fatto del jazz un esperanto della musica di espressione d'autore-esecutore, lungi dal fatto che debbano essere soltanto i neri a crearlo e a goderne. Se ancora non è comune pensarla così, è soltanto perché la cosiddetta cultura, per i suoi soliti comodi di casta, si è per lungo tempo adoperata a denigrarlo come prodotto trogloditico o prodotto commerciale inutilmente pretenzioso. E la differenza tra le due qualifiche già la dice lunga.
Fatto sta che l'autoindulgenza del jazzista, che esiste eccome, esporta soprattutto musica dello stato d'animo. Il che significa gioia, angoscia, tensione, fibrillazione, pace, estasi, melanconia, trasmesse da melodie anche molto libere, dentro, fuori o al limite di un dato impianto di armonie, ma fatte di note, frasi e interferenze tra musicisti sempre concatenate come in una sorta di narrazione. Lo straniamento è praticamente un incidente di mestiere.
Di jazz per l'orecchio sensibile ce n'è infatti tanto: dalla prima modernità (Lester Young, Art Tatum, Ellington anni '40) agli ultimi "stili" (bebop, cool, hard bop), dal genio Monk alle tante altre grandi figure indipendenti (Miles Davis, Lee Konitz, Gil Evans, Jimmy Giuffre, Sonny Rollins, Charles Mingus, Max Roach, John Coltrane, Eric Dolphy, Mal Waldron...). Persino il free jazz non è un'avanguardia che "nega" la musica. A Ornette Coleman, Don Cherry, Paul Bley, Cecil Taylor, Sun Ra, Archie Shepp, appartengono musiche che la libertà ha reso soprattutto dense di espressione, non destrutturate. Musiche di cui un orecchio sensibile un po' coltivato può assolutamente godere.
Non è un caso, d'altronde, che a spingere una parte del free oltre la musica sia stato un desiderio rivoluzionario sociale, non estetico, e che ascoltare Albert Ayler, metamusicale finché si vuole, sconvolga in venti secondi anche chi non sa nulla né di rivolta nera né di estetica. Ma soprattutto non è un caso che la libertà del free assorbita dal jazz fuori e dopo l'avanguardia abbia prodotto una condizione ulteriormente propizia al ribaltamento di quel "desiderio musicale" sull'emozione dell'ascoltatore; anzi, propizia a una qualità di godimento musicale che difficilmente sanno procurarci altre musiche - si può giusto pensare all'ultimo Astor Piazzolla.
Certo, anche per godere di Henry Threadgill o di David S. Ware, di Paul Motian o dell'ultimo Andrew Hill, serve un orecchio sensibile "coltivato", allenato a cogliere la bellezza e la ricchezza anche del messaggio musicale più ellittico, ma è altra cosa dall'orecchio ammaestrato, colonizzato dalla mente e neppure dalla propria.

6. Disfarsi di dio e padrone sul serio.  Che la musica costituisca il solo oggetto statutariamente estetico del nostro senso più psichico - l'udito, al pari soltanto dell'olfatto - non significa comunque che chi non gode della musica soffra di un accesso limitato al godimento reale della creazione altrui. Da qualsiasi tipo di creazione altrui possiamo approvvigionarci di bello e interessante da accorpare al godimento della nostra vita quotidiana, se lo arricchiscono di materia che sentiamo e perciò rispendiamo. L'importante è realizzare che l’insieme di ciò che ci piace o ci illumina è quanto meno bizzarro che coincida con un pacchetto di cosiddetta cultura pre-omogenizzato (solo sinistra, solo passato, solo avanguardie, solo negatività, solo tizio, caio o sempronio) e partire da questo per guardare alla creazione altrui secondo un'estetica "della responsabilità", cosa che ci assicura di “far vivere” quella creazione e che non ci stimolano né il contemplare per il contemplare, né il sapere per il sapere.
Qual è allora la ragion d'essere dei prodotti estetici passibili di suscitare solo contemplazione, dell'estetica che li magnifica più di tutti e della cosiddetta cultura che solo di questa estetica si fida e si serve? Ebbene, dopo due abbondanti secoli di raggiri e ricatti morali subiti per nostra pura fragilità, che sia ora di dire "nessuna"! Si rispedisce il pacchetto al mittente in nome dell'arte di non fare passi indietro di fronte a chi ne ha fatti in avanti solo per narcisismo di casta o per rivalsa di casta sui suoi drammi personali; in nome, finalmente, della consapevolezza che l'autoindulgenza dell'artista e dell'intellettuale è abuso di potere quanto quella del politico, dell'amministratore delegato, del genitore.
Certi "sensi di colpa" in questa direzione li aveva manifestati la cosiddetta cultura stessa, quando cosiddetta cultura doveva implicare cosiddetta coscienza perché implicava cosiddetta sinistra. Ed è sintomatico che sia stato Sartre a qualificare l'intellettuale come "uno che si occupa degli altri": non Gramsci o Brecht, come ci aspetteremmo di più. Imbarazzante, piuttosto, l'assenza di ogni beneficio del dubbio nell'intellettuale che l'equazione giusta la sottointende tra cultura del dissenso e anarchia. Contro ogni aspettativa, questo tipo di intellettuale è praticamente un genoflesso DOC: senso di appartenenza drogante, forse perché drogato da quello del corporativismo che affligge le minoranze, e culto drogante dell'eroe negativo, figura assai più tipica dell'antiborghesismo borghese che non della storia che conforta l'anarchico da circolo.
La dinastia che compongono questi eroi negativi è in parte logica e giustificata: Sade, Stirner, Nietzsche, Rimbaud, Lautréamont, Jarry, Tzara, Vaché (se pure è esistito), Breton, Duchamp, Artaud, Bataille... poi, naturalmente, Debord e Vaneigem e, un po' meno naturalmente, Cage, gli artisti di Fluxus... Ci si domanda, comunque, non è che qualcuno debba andar preso con un po' di pinzette? Che qualcuno, semmai, appartenga a un passato un po' troppo remoto per dirci ancora qualcosa? Ma poi, non è che c'è dentro un po' troppa Parigi, troppa arte visiva...? E come mai il Bunuel surrealista, abbinato a Dalì e al movimento, risulta più invocato di quello della meravigliosa maturità, mentre Ferreri, per esempio, è rimasto proprio fuori tiro? Insomma, di cosa parliamo quando parliamo di anarchia? Forse questo bagaglio di negatività aristocratica viene chiamato in causa per scongiurare l'allusione a bombe, attentati, bevande avvelenate e quant'altro? E se pure così fosse, cosa di cui dubitare, perché mai innestare culti di casta in una visione del mondo che, al suo meglio, è miraggio di una società non solo "senza dio né padrone", ma anche senza classi?
La cosa persa di vista sembra essere soprattutto l'anarchia come concetto pubblico non più astratto e arbitrario di quelli di democrazia, capitalismo o socialismo. Come se anche su questa intellighenzia sedicente libertaria vincesse ancora una volta la paura della libertà; e parliamo di libertà di pensare con la propria testa, non di eludere controlli fiscali o anagrafici. Eppure è proprio così: dèi e padroni restano a custodire la scarsa realtà della cosiddetta cultura dai loro posti convenzionali, centri sociali compresi, e con questa scarsa realtà resta a fare i conti il pensiero sedicente libertario. Con Duchamp che blaterava a destra e a manca di un erotismo che i nostri inconsci non riconoscerebbero mai e con Bataille che l'erotismo lo tramortiva a botte di dialogo sui massimi sistemi; con la compulsione dell'intellettuale a creare concetti in eccesso rispetto al bisogno reale e con il disprezzo del sentimento che proprio l'eroe negativo ostenta per trasformare in potere la sua distanza dall'uomo psichico, sensoriale, desiderante.
In effetti, altro che anarchia! Anarchico non può essere che il diritto di sgamare questo contrabbando. Anzi, il piacere "responsabile" di constatare che, dove c'è la mano della cosiddetta cultura, c'è contrabbando; perché c'è paura di casta di vivere la vita come tutti e fuga di casta dalla sua realtà attraverso l'artificio intellettuale che la falsifica.
Il danno ormai è fatto. Da due secoli a questa parte, o cosiddetta cultura o dio, patria e famiglia, con aggiunta di calcio. Ma il male, come al solito, ha già prodotto altro male, e anche più acuto: l'attuale "organizzazione" del non pensiero, di cui sono ampiamente complici anche l'industria della persuasione "corretta" (discipline, seminari e corsi che ci istruirebbero su come vivere) e quella più ambigua del controllo sociale ad personam (Counseling e robe simili). E' un male più acuto perché, seppure attraverso l'azione di nuclei diversi di omologazione, a volte anche in contrasto tra loro, ha comportato comunque una funzionalità attiva, non più passiva, della società agli interessi della classe al potere. E si tratta di una classe spaventosamente meno gentile di quella borghesia dal fascino discreto.
Dovremmo essercene accorti tutti. Per cui, se chi rompe paga e i cocci, con un po' di senno di poi, riusciamo anche a riciclarli, che sia proprio la cosiddetta cultura a lavorare per prima! Che assaggi finalmente un'anarchia un po' più umanista che onanista e cominci a far l'amore! Ormai non dovrebbe avere più nulla da perdere, proprio nulla!
Intanto, al suo posto, sembrerebbe essersi già attrezzata la cosiddetta sottocultura, come testimonia la creazione di un James Bond non più playboy, stufo di violenza e con qualche cruccio esistenziale. Ma ci serve decisamente di meglio, e con una certa urgenza: si pensa troppo ai soldi e troppo poco a cosa farsene, troppo senza impegno e troppo poco con piacere. Di piacere, infatti, se ne sente troppo poco nell'aria.

sabato 3 settembre 2011

Attenti al piccolo liberticidio quotidiano!

Il concetto di libertà' è tra i più suggestivi che esistano. Al confronto, quelli di uguaglianza e di fraternità sono giusto strumentali, necessari. Soltanto quello di amore può competere, purché la sua natura sia squisitamente individuale, desiderante, ad personam, mai indistinta - altrimenti perderebbe la sua autonomia rispetto a quello di fraternità.
C'è soltanto da ragionare su quale libertà sia effettivamente solo benessere degli individui e, di conseguenza, della società, dal momento che il senso certo della vita di chiunque dipende unicamente dalla sua facoltà di goderne (almeno di comprimere il tempo dedicato a cose che non producono né piacere diretto, né riflessione), mentre quella di consacrarla a una qualsiasi categoria esterna al sé - dal successo o il lucro agli ideali più nobili - costituisce un modo di sfuggirne, anestetizzarla e anestetizzarsi (piacere indiretto o "vano", per dirla con Epicuro). Insomma, contraddicendo un Gaber ancora parrocchiale, diciamo pure che la libertà può essere "star sopra un albero", può essere "il volo di un moscone", può essere "uno spazio libero", ma la "partecipazione" ne costituisce tutt'al più una componente interlocutoria.

Questo, perché una libertà reale e benefica, essendo facoltà psicologica propria dell'individuo, non comporta in sé un agire enfatico, né il soddisfare aspettative enfatiche. La provocazione e la negatività, artefici di tante provvidenziali correzioni umanistiche del corso della storia, hanno in vario modo la libertà come fine, ma nel compiersi dei loro atti comprimono le libertà dei loro fautori, fino talvolta a sopprimerle del tutto.

La libertà più reale e benefica è dunque una libertà palpabilissima, ma di cui il pensiero comune quasi non ha nozione. Tanto che ha in memoria la pappardella della libertà dell'uno che finisce dove comincia quella dell'altro. Difficile capire che cosa esattamente significhi.
Chiarissima e logicissima, al contrario, la formula di una libertà dell'uno che "si completi" con quella dell'altro (Errico Malatesta). Perché le indoli libertarie non possono che dispensarsi comprensione emotiva a vicenda, quindi costituire piccole riserve di serenità nutrita di vantaggi pratici, che si tratti di rapporti amorosi o di amicizia, ma persino di vicinato e di lavoro.
Solo la comune pigrizia mentale - con annesse diffidenza e competitività incondizionate - impedisce questo, tutelando invece l'esistenza nevroticamente mediocre e la distrazione da tutte le riflessioni utili a indagare sulle sue cause. Soprattutto da quelle esili regole di autocontrollo, essenziali all'autogestione, la cui anima prima non è che il "senso dell'altro", prima qualità sociale dell'individuo. Ma la disgrazia, paradossale per il libertario, è che questa attitudine non è soltanto dell'illibertario di principio, del malvagio, del volgare o dello psicopatico. E' praticamente di massa, e passa inosservata per la disarmante innocenza dei suoi atti.
Ecco i più diffusi:
- pretendere in nome dell'amicizia o, ancora peggio, della consanguineità favori che comportano sacrificio;
- parlare a lungo di contenuti poco adatti al turno conversativo (vissuti propri di chicchessia, soprattutto disgrazie, proprie specifiche competenze o propri meriti etc.), e ancora peggio se per telefono, quando l'altro non può usare che la nuda parola per difendersene, col rischio di essere scostante come non vorrebbe mai;
- esagerare in convenevoli, presumibilmente non funzionali ai tempi dell'altro;
- dare consigli insistenti a chi non ne ha invocati, avendo giustamente proprie, collaudate opinioni in merito;
- questionare in dettaglio sull'opinione dell'altro che si non sia in tutto identica alla propria;
- giudicare/sanzionare il comportamento dell'altro, partner compreso, ancora peggio se l'oggetto è l'omissione, anziché l'azione;
- spiare, controllare la vita quotidiana dell'altro, partner compreso;
- contestare con o senza ironia la legittima diversità dell'altro, da gusti, abitudini, abbigliamento al modo o l'accento territoriale con cui si esprime.
Ovviamente, sono piccoli crimini che non hanno il peso ufficiale del razzismo, dell'omofobia o del plagio. Crimini psicologici dovuti a semplice ignoranza, semplice grezzezza, semplice dilettantismo dell'essere, non di più. Ma lungi da questo l'assolverli dall'accusa di danno grave alla società della microstoria. Sono comunque danni alla qualità delle relazioni umane, che ne risulta quanto meno inutilmente deturpata. Ostacoli a sentimenti altrimenti tanto più autentici e gratificanti, cosa che non si può negare.

Toccare con mano un mutamento sembra piuttosto un miraggio. Bisognerebbe soltanto abbattere l'artificio della famiglia. In quanto più ravvicinata e più ridotta unità di appartenenza, la famiglia falsifica l'individuo dalla nascita, impartendogli micidiali lezioni di diffidenza dell'esterno e facendo risuonare al suo interno le miserie di chi la crea; sfascia sentimenti un tempo autentici in un contratto che li trasforma in ricatti morali. Più in un luogo c'è famiglia e più in quel luogo regna la scarsa realtà.
Intanto, Fourier è troppo remoto, e le comuni anarchiche esistite o immaginate finora troppo a misura di schizofrenia. Ci vuole qualcosa di contemporaneo, pratico, fatto per come siamo veramente fatti noi. Accolti anche i più modesti rattoppi.
Ergo, italianetti e vittime della famiglia di tutto il pianeta, fatevi di coca o di quello che vi pare (ci sono persino innocui prodotti fitoterapici che possono fare al caso), ma cercate una buona volta di svegliare le papille gustative della vostra psiche!

giovedì 14 luglio 2011

L'abito comodo che non c'è

Essere alla moda è un segno certo che si è di second'ordine. Alla fine non saremo giudicati in base al grado della nostra partecipazione, ma in base alla qualità della nostra risposta individuale (ORSON WELLES)


Se l'Italia dei poteri riconferma tangentopoli, quella della società civile potrebbe chiamarsi oggi trasgressionopoli, evasionopoli, disciplinopoli. Occhio e croce, non c'è altro di tipico. Rappresentazioni ellittiche dell'efficientismo importate dall'Impero, più di tutto dall'America, di cui ci si domanda il perché di un successo così dittatoriale in questa sua provincia recondita, quando proprio negli 'Stati canaglia' coinvolgono soltanto alcuni frammenti di società civili naturalmente sfaccettate. Sembra invece che i poteri italiani, evidentemente con i patti lateranensi nel cuore, ne abbiano elaborato un pacchetto di istruzioni di vita sfaccettato al suo interno: un sistema che produce opzioni per reprimere differenze. Il primo successo, contenere quella tra cosiddetta destra e cosiddetta sinistra, in modo che nessuno si lamenti.
Infatti, a parte che la destra non avrebbe vergogna a riconoscere la radice manageriale di queste opzioni, mentre la sinistra sì, la differenza tra i due "popoli" sembra perfettamente assorbita nella complementarità tra le due linee di prodotti di questa stessa industria della surrogazione dell'individuo: evasione disimpegnata e trasgressione per la destra; evasione pseudo-impegnata e disciplina per la sinistra. Due versioni aggiornate del tradizionale "abito comodo" all'italiana, sintomatiche quanto le precedenti (famiglia, partito, calcio) e le persistenti (famiglia, calcio, TV) del bisogno cattolico di appartenere.

La categoria trasgressione è particolarmente tipica dell'immaginario suddito, perché contempla la soggezione alla regola. La trasgressione della legge neppure produce piaceri diretti, servendo per lo più a ottenere il superfluo - se non per maniaci sessuali, pedofili, serial killer etc., i cui piaceri veri sono controlegge. Mentre quella in ambito privato, cioè meramente sessuale, presenta addirittura problemi d'identità, dal momento che supporrebbe l'esistenza di una morale: il non diritto di ciascuno di noi di essere se stesso, con il suo personale desiderio e i suoi personali modi di soddisfarlo. Soprattutto per questo, l'industria della trasgressione è dannosissima.
Per dire di quanto sia dannosa, si consideri che, proprio ai vertici del potere, la sua azione surrogativa del desiderio consiste nella pura rappresentazione dell'appagamento: un rito come il bunga bunga, che non comporta responsabilità di prestazione sessuale, né di rapporto con l'altro (la donna), oltretutto intercambiabile. Il che significa che, al di fuori di quei privilegi, l'azione surrogativa è ricattatoria, inducendo a una prestazione sessuale ottimizzata nella medietà, nel senso di non condizionata dalla personalità, e pertanto giudicabile. Altro che edonistica l'Italia berlusconiana! Piuttosto fascio-spartana! Niente eros e tutto Viagra.
Ma al di là di questo problema tecnico, l'industria della trasgressione non presenta risvolti molto più morbidi sulla donna, indotta a una vita di vanità competitiva e di desiderio-del-desiderio. Che sfoci nella supernotte col potente o col palestrato è più o meno la stessa cosa. Soprattutto perché il desiderio-del-desiderio, anch'esso a sua volta indotto da fattori esterni, e in passato anche ideologici, è un "fantasma della libertà", e l'atto che lo appagherebbe non è interiorizzabile. Di solito, è il surrogato di un desiderio reale che non si è disposti ad accettare per 'mala educacion'.

Che il desiderio-del-desiderio sia questo non lo immagina neppure il popolo di sinistra, che l'industria della trasgressione la ripudia per principio, senza rifletterci. Né vuole saperne la sua parte più libertaria, che proprio al desiderio-del-desiderio si appella nell'inseguire i suoi "fantasmi della libertà", più o meno post-reichiani.
Intanto, due "industrie", quella dell'evasione pseudo-impegnata e quella della disciplina, provvedono insieme a omologare questo popolo almeno quanto il suo virtuale opposto.
La prima, in quanto pseudo-garantita dalla cosiddetta cultura, risulta ancora più ricattatoria nell'induzione all'insaccamento del tempo libero. Tutti a spettacoli, concerti, reading, presentazioni di libri, che sappiano o no di che si tratta e qualsiasi ne sia la qualità. Tutti irriducibili spettatori, fino a giudicare sprecata qualsiasi forma di socializzazione che non esoneri altrettanto dal parlarsi. Lì si sta tutti insieme e s'impara anche qualcosa, credono. E così ai corsi, che in tanti seguono anche se sono di emerite fregnacce, pur di sfuggire al tempo che può essere pericolosamente libero.
La seconda "industria", quella della disciplina, sembra fatta piuttosto a misura di certa donna italiana che non conosce né miseria né gloria. Tra costole laiche, pseudo-laiche e pseudo-religiose tra loro neppure comunicanti, dalla solita pletora di discipline orientali a quelle della potenzialità (PNL, Counceling...) e dallo steinerismo ortodosso alle sue derivazioni minori, produce le forme più penetranti di spersonalizzazione dell'essere e del pensiero. Uomini nei panni di dionisiaci maestri e donne in quelli (sempre lindi) di pasionarie senza passione. Desiderio praticamente impallato.
Ma questa è solo la parte emergente del guasto. Poi ci sono tutte le diramazioni capillari dell'aspettativa "correzionista" che la gente è arrivata a gestire da sé; gente sola o con famigliola, uomini o donne. Livello comune: l'anti-fumo e anti-alcool, che fa sesso, ma l'amore lo riserva indistintamente al prossimo, con qualche supplemento solo per i consanguinei, vivi o morti. Livello progredito: il vegetariano, vegano o crudista. Livello apocalittico: chi scarica il cesso di casa sua soltanto una o due volte al giorno per non sprecare acqua, chi non guida e/o non usa detersivi per non inquinare l'ambiente, chi non assume farmaci sintetici per non alterare la propria chimica stabilita da madre natura, chi passa la notte sull'autostrada a salvare animaletti capitati lì per sbaglio...

La distribuzione di questa e quella faccia del guasto nel territorio italiano non è molto chiara. Forse, per entrambe, Milano efficientista è in testa e il Sud pigro in coda; forse tutta la Padania, col dna oratoriale che si porta dietro, è più fagocitata del resto d'Italia.
Fatto sta che, dal personale al politico, dare degli individualisti agli italiani resta una clamorosa bufala. Una bufala che esiste proprio perché in Italia l'individuo non c'è, mentre è particolarmente forte il suo supplente: che sia la famiglia tradizionale o una qualsiasi delle sue metafore contemporanee. In genere, la prima induce alla truffa o alla sopportazione, le seconde all'omologazione sadomaso.

Ad ogni modo, se si ha un po' di testa, di abiti comodi non se ne parla.

mercoledì 23 giugno 2010

Curare le minoranze luminose

A Gian Luigi Benni, con me naturopata del desiderio


La medicina è una strana attrezzatura dell'umanità. Dovrebbe occuparsi incondizionatamente della salute della gente, ma seleziona con puntiglio i casi in cui farlo. Altrimenti, è fondamentalmente negligente, burocratica, persino tirannica.
Gli eletti sono ovviamente i normali, talvolta i potenti, i quali hanno mali normali, anche se talvolta potenti, e i condannati i disallineati, dai mali imprendibili, spesso cronici, che sembrano fatti apposta per chi non sa fare della sua vita un mero prodotto della società.
In passato, anche recente, il disallineato era accettato dalla società quando produceva arte o pensiero: la sua diversità gli era concessa come di minor peso rispetto alla sua opera. Ci era voluta giusto l'ottusità del vecchio PCI per mettere qualche bastone fra le ruote a Pasolini - che i Moravia, i Fortini, i Ferretti comunque difendevano a spada tratta. Ma oggi la situazione è soltanto più bizzarra: l'artista o intellettuale viene accettato nella sua eventuale diversità a patto che essa contribuisca a un'attrazione mediatica, mentre il disallineato comune, quello che non ha nulla di sé da vendere, viene in qualche modo perseguitato a fine di assistenza. E non è certo il potere, cioè il vero mandante, a occuparsene, ma la società stessa: tutta quell'ampissima parte di società che, per propria miseria, ne ha metabolizzato il messaggio e, dalla stessa miseria, lo riproduce capillarmente; cosa di cui un paese catto-casermale come l'Italia è naturalmente specialista.
Il risultato è un diffuso atteggiamento di (non)pensiero che potremmo definire "correzionismo", accolto dalla medicina ufficiale e con ancora più rigore da quelle alternative, ma soprattutto perno della grande fioritura di discipline della potenzialità (PNL, Counceling etc.), il quale interpreta nel più cieco automatismo la volontà del potere di possederci tutti, controllarci tutti, correggere in tutti noi ciò che possa compromettere la nostra "funzionalità", dall'alimentazione al costume e al comportamento. Tutti trasformati da soggetti a corpi e appagati in tutto dall'avere un corpo pronto a tutto. Non hai i riflessi pronti? conosco un centro dove bla bla bla / Soffri perché non puoi fumare? c'è un metodo bla bla bla / Ti senti spesso stanco? vai alla palestra bla bla bla... Un onnipresente ricatto morale a danno di chi sarebbe "non a norma".
La medicina ufficiale, diversamente dalla chirurgia (che l'anno scorso ha rimpupazzato il muso al premier in tre giorni), in Italia è parecchio arretrata, forse più imbrigliata che altrove nel suo costituzionale approccio segmentario e perciò adattissima a farsi interprete di questo atteggiamento. La sua capacità di studiare e curare mali un po' fumosi, un po' subdoli, perché legati a disagi individuali globali, è praticamente nulla. Per non dire di quella di rispettare la dignità e il desiderio di chi, per sua disgrazia, li ha. I soliti "smetta di bere!", "smetta di fumare!", "metta il lucchetto al frigorifero!", quello che l'ipocondriaco fa da sé, senza bisogno di consultare il medico. E la cosa parte addirittura dalle case farmaceutiche.
Per esempio, gli psicofarmaci (che è già uno sballo che siano mutuabili) e i sonniferi (che invece, non si sa perché, non lo sono affatto) vengono dichiarati entrambi incompatibili con l'alcool: e, si badi bene, l'alcool in genere, non l'abuso di alcool. Cioè, chi ha disagi tali da dover fare uso di questi o quelli, i suoi disagi deve sentirseli addosso in ogni momento della sua esistenza: non può valorizzarne alcuno con un po' di leggerezza; stare in riga deve diventare il senso della sua vita. Ora, vera o falsa o dichiarata per eccesso di zelo che sia questa incompatibilità, è qualcosa di cui la medicina - qui nei panni della farmacologia - non sembra proprio aver voglia di occuparsi. Perché mai sforzarsi di fare meglio quando si ha già la piccola gioia di recuperare alla società il disallineato mortificandolo "quanto merita"? Perché mai rinunciare al valvassinaggio di un potere rassicurante su chi non ha potere neppure su se stesso? L'impresa non vale proprio la spesa!
Quel "fare meglio" sarebbe invece l'ambizione delle medicine alternative, le quali non godono dei privilegi di quella ufficiale e si piccherebbero di studiare il soggetto nella sua totalità: in tal caso, lavorando su ipotesi reali, non sommarie, non astratte, del suo benessere. Un approccio così inoppugnabile che ci si domanda come gli sopravviva quello robotico della medicina ufficiale. Eppure, di fatto, è proprio raro che un medico o terapeuta alternativo, di qualsiasi sponda sia, guardi davvero al soggetto nella sua totalità, che pertanto studi il suo equilibrio in funzione del suo desiderio. Spesso, anzi, glielo massacra con una cortina di intimidazioni da terapia come forma di vita; roba ben più opprimente dell'insieme di prescrizioni slegate della medicina ufficiale, e che ancora più istigatrice di ipocondria.
La miseria interna alle medicine alternative infatti esiste, perché a popolarle non sono che miserabili apostoli di una fede: oltretutto in un'entità per nulla etica, qual è la natura. Che la natura si manifesti attraverso catastrofi che si abbattono puntualmente sui territori più poveri del mondo o malattie tanto più lancinanti quanto più toccano a persone sensibili - quasi da credere che un dio, sadicissimo, esista - è cosa che non li tocca. La natura è perfezione assoluta e noi, se vogliamo cavarcela, non possiamo che piegarci alle sue leggi! Sì, certo, la natura possiede una sua filosofia e tante risorse di cui giovarci; in questo senso è anche da tutelare. Ma il principio dovrebbe essere quello di assoggettarla, sfruttarla, saccheggiarla, perché anche il suo "buono" esiste indipendentemente da noi, e indifferente a noi è la sua stessa filosofia, se ci coinvolge soltanto per proteggerci da forti e trascurarci o torturarci da deboli.
Qualcuno potrebbe dire che la pensava così Leopardi perché la natura lo aveva fatto brutto, fisicamente indesiderabile. Ma allora come la mettiamo con Baudelaire o Nietzsche, che brutti non erano? Sade stesso, quando contrapponeva alla castigatezza del costume sociale un'entità che chiamava "natura", è molto chiaro che alludesse a qualcosa da chiamarsi piuttosto "naturalità", e da intendersi come insieme di pulsioni soggettivamente naturali. Prima di tutto, infatti, parlava di pulsioni sessuali extra-animali, che sarebbero "contro natura", eppure naturalissime per il nostro desiderio. Basta buttar l'occhio su una qualsiasi pagina de "La filosofia nel boudoir" per accorgersene. Sade aveva anzi individuato antidoti preziosissimi al declino del desiderio sessuale che proprio la natura ci riserva a una certa età. Il passaggio da compiere è scollare il suo messaggio dalla provocazione, rinterpretarlo per la nostra vita, per quello che noi siamo e per il tipo di intimità che richiediamo; per il desiderio sessuale, erotico e anche affettivo di "mescolarci" all'altro, da etero o omosessuali - osservando che un'altra manifestazione fascista della natura è l'AIDS.
Ma per riconoscere questo bisogna essere disponibili a una "conoscenza spregiudicata" (Nietzsche): l'opposto del pensiero dottrinale, per forza sommario, che l'omeopata o il naturopata o chi di simile mette in opera nella sua fierezza di predicare un modello di vita, e anche di somministrare farmaci scomodi che ricordano il male tutto il giorno (goccette o granuletti da assumere a distanza dai pasti). Il suo concetto di vita è più o meno da pro-vita.
Poi, come se tutto questo non bastasse, c'è anche che le due medicine, ufficiale e alternativa, si ostracizzano tra loro: la prima, per la seconda, avvelena; la seconda, per la prima, è aria fritta. Altro che operare per far stare bene la gente! Sembra che la cosa importante sia soltanto non mollare l'osso, ciascuno nella sua nicchia a esercitare il suo piccolo potere: supponendo tutti schiavi abbrutiti o prostrate novizie. Che fa chi onestamente non si sente né l'uno e né l'altra perché è più "luminoso", e perciò più geloso della sua "naturalità"? Non gli resta che fare da sé, coltivare le sue forze: contrattare, contrattare, contrattare e usare molto, molto, molto pensiero, perché la convinzione partorisca, purtroppo, l'arroganza (fammi star bene così come sono, senò non vali un cazzo!) prima che sia del tutto tramortita.
Fortunatamente, queste cose le capiscono ancora bene gli psicanalisti, almeno perché, deontologicamente, non potrebbero permettersi di affrontare un problema come quello del diritto a una forma individuale di sanità con pensiero sommario, e tanto meno "correzionista". E' noto che la psicanalisi soffra di qualche scacco costituzionale (l'uso di strumenti razionali per operare su una materia almeno per metà irrazionale; l'astrattezza autoreferenziale della figura dell'analista), ma cui non mi sembra urgente reclamare alternative, di fronte al suo proposito, finora senza concorrenza, di aiutare chiunque a dar senso a quello che è. Checché ne abbiano predicato Deleuze e Guattari (non a caso, in altri tempi), soltanto due tipi di analista sono da evitare: lo stupratore di inconsci per delirio di onnipotenza (che può essere persino dannoso) e l'integralista di qualche indirizzo troppo specializzato e/o infarcito di teoria (che può continuamente depistarsi e depistare). Ma al riparo da questi, c'è senz'altro da spezzare più lance in favore della psicanalisi che di entrambe le vie della medicina. Del resto, le indicazioni per contrastare i guasti della società - compreso l'asse correzionismo-mala sanità - non possono provenire che da una coscienza psicologica, un'attenzione a "l'essere psichico collettivo", come dicevano i surrealisti.
Peccato che Breton e Freud non si fossero intesi granché.

mercoledì 6 gennaio 2010

Bere bene e fumare bene per vivere meglio

Ho sempre un po' diffidato di chi non beve nessun tipo di alcolico e non fuma. Non certo di chi non fa una sola delle due cose, che può giustamente non piacergli, ma di chi non le fa entrambe: chi, strana coincidenza, esclude dalla sua vita quotidiana proprio i due piaceri compensativi più a buon mercato per la condizione adulta - anche quando è solo l'anagrafe a definirla.
Soprattutto in un paese casermale come l'Italia, questi piaceri vengono comunemente chiamati "vizi", essendo soprattutto piaceri tendenzialmente antieroici, come ogni forma di autococcolamento - diversamente, per esempio, dal sesso. Ma ignorare le possibilità di valorizzare i momenti della vita che entrambi offrono, dalla giusta leggerezza alla giusta concentrazione, mi sembra decisamente scarsa realtà, e senza il bisogno di contrapporci le gesta di scrittori, poeti o quant'altro.
In base alla mia esperienza, credo infatti di poter ricondurre questi ambigui astensionisti, tranne rarissime eccezioni, a tre tipi umani, non certo meravigliosi:
1) il virtuoso di principio, efficientista, correzionista e perciò salutista, nell'ideale di essere ineccepibile con la società, il lavoro e la famiglia (che immancabilmente ha), spesso filo-animalista e/o filo-ecologista, un po' persona "in meno" nella socialità di piacere, perché dice poco, mai nulla di personale; essenzialmente un affiliato della vita strumentale tout court;
2) l'aspirante vegetale, lobotomizzato dalla fede cieca in un presunto ordine superiore (discipline spirituali o della potenzialità, veganismo, medicine alternative etc.) e appagato della fantomatica perfezione che l'abdicazione al sé in favore di quell'ordine gli assicurerebbe in permanenza, perché banalmente timorosissimo di assumersi la responsabilità del suo essere individuale, quindi delle ritualità della sua vita;
3) il tipo non godereccio dell'eterno fanciullo (prettamente italiano), mancato all'appuntamento biologico con i piaceri compensativi adulti, essendo mancato a quello con la sua individualità, e quindi con un gusto consapevole; impigliatissimo nella famiglia di provenienza e a volte un po' ipocondriaco, ma che conserva una fame da età dello sviluppo; spesso dispensatore di giudizi rigidi e petulanza insopportabile.
Il problema, comunque, è che questi nuovi mediocri, oggi diffusissimi, non sono neppure il peggio della nostra società. Non sono pompieri clerico-fascisti, conoscono l'inquietudine e hanno mediamente coscienza dell'altro. Sono semplicemente gli inquinati passivi del messaggio di mortificazione dell'individuo lanciato dai poteri contemporanei: lo strato capillare del guasto provocato a sinistra da destra e cattolicesimo insieme - quello che su grande scala è lo stile del PD. Prova ne è che con loro nessun discorso un po' complesso, un po' sollevato dalle evidenze, attecchisce mai. Alcuni di loro si sentono persino in mano un potere di contraddittorio: ovviamente, con argomentazioni anguste, meccanicistiche, robotiche.
Certo, sia bere che fumare in eccesso è dannoso. Ma si sappia che lo è proprio nella stessa misura in cui è preoccupante, cioè da curare, il bisogno eccessivo, smodato, di compensazioni: quando il soddisfarlo comporta una serializzazione dell'atto che comprime il connesso piacere rituale. Chi beve in eccesso, semmai mescolando di tutto, dubito che si procuri dell'autentico piacere rituale: la compulsività dell'atto ripetuto lo scavalca, lo annulla. Così come dubito che chi accende una sigaretta dopo l'altra, in ogni momento e situazione, ricavi di meglio dell'assecondamento di un tic. Ed è una disgrazia che al bere e al fumare si associno immagini come queste; che esistano l'alcolista pirata della strada e il fumatore oggettivamente fastidioso, perché sono i loro dubitabili modi di volersi bene che hanno suscitato l'epocale furore proibizionista. E, c'è poco da fare, il proibizionismo deteriora le vite di tutti. La cosa proibita la si fa lo stesso, soltanto che la si fa con stress, cioè male anziché bene, con meno piacere e più danno al corpo.
Ora, sia ben chiaro che bere e fumare bene significa tutt'altro che concedersi questi piccoli grandi piaceri soltanto in occasioni particolari, e tutt'altro anche dal poco ma buono. Non è esattamente la qualità della materia impiegata a fare quella dell'atto. Lo è comunque la libertà di ripeterlo, la sua non eccezionalità. Sta poi a noi dosarlo secondo il nostro effettivo desiderio. Ed è qui che misuriamo la nostra capacità di sentire l'unità psiche-corpo: dotazione essenziale dell'individuo, se abbiamo il coraggio di ammettere che l'individuo si determina attraverso l'autogestione e l'autoaffetto reale - opposto a quello indotto dai luoghi comuni (tra cui non bere e non fumare). Autogestione e autoaffetto reale significano infatti sentire, sentirsi, pensare con la propria testa, riconoscere il senso dell'egoismo (il che migliora il senso dell'altro), farsi un baffo dei modelli di vita, vivere il più possibile in un tutto rituale l'insieme dei propri momenti.
In America, intanto, con un movente omologativo certamente più fantapolitico che paternalistico (come il nostro), hanno messo a punto niente meno che un vaccino contro il piacere di fumare - e, si badi bene, il piacere, non il desiderio. Difficile a dirsi che cosa possano ottenerne a vantaggio della salute della gente, dal momento che non può certo derivare gente più sana dalla soppressione di un piacere, soprattutto se compensativo. Ne deriveranno piuttosto, e nella migliore delle ipotesi, un bel po' di nevrotici in più, di prevaricatori o di truffatori, come in Italia. Perché un piacere tolto dovrebbe essere immediatamente rimpiazzato da uno nuovo, almeno in una società laica che si rispetti, e individuarlo potrebbe non essere così immediato per chiunque. Questo, d'altronde, sarebbe il vero punto di forza del Viagra, se effettivamente fa riacquistare insieme desiderio, energia e piacere sessuali a chi li ha in declino.
Resta che quelle stesse società laiche farebbero meglio a tutelare quanti più piaceri sia possibile, a studiare come fare per tutelare quegli aspetti più psicologici, meno meccanici, della qualità della vita, anziché affidare tutto grossolanamente al proibizionismo omologatore. Insomma, se proprio i poteri devono esistere, che speculino anche su questo! Mi sa tanto che l'omologazione non prometta granché a lungo termine.