lunedì 25 maggio 2015

La qualità della nostra vita dipende molto dalla nostra capacità di riflessione. Soprattutto per tener d'occhio la scaletta delle priorità dei nostri piaceri, dedicando alle cose noiose (burocrazia, mestieri di casa etc.) il tempo letteralmente necessario, non un attimo di più. Ma dovrebbe essere così anche riguardo la salute, nei limiti del possibile. Il nostro vero nemico è solo e sempre il lavoro, quello che non abbiamo scelto, che ci è toccato per forza e al quale troppo spesso non ci è data possibilità di sfuggire. Un motivo più che sufficiente per non tollerare la diseguaglianza sociale.

mercoledì 30 luglio 2014

Per fortuna esiste la parola, ma non tutte le parole sono uguali e ancora meno le lingue equivalenti.
Una lingua è tanto più bella quanto più è accuratamente logica, fino a catturare nelle sue espressioni la logica pur esistente nella precarietà degli stati d'animo.
Non ci si meraviglia dunque che in una lingua manipolata dappertutto come il francese tante espressioni non siano contemplate, perché triturare da cliché di forma, oltre che omologate a un significante pan-affettato di suoni.
Ma perché mai in una lingua completa e meravigliosa come l'inglese non si coniuga al futuro l'ipotetica? Dov'è la logica?
In effetti, bisognerebbe considerare che la qualità logica di una lingua contempli l'approssimazione sintattica per ottenere l'attendibilità delle sue espressioni. Cosa che fa, per esempio, dell'italiano una lingua splendida - se non si è proprio raso terra. Mentre il latino, è sicuro che qualcuno lo parlasse davvero?

giovedì 8 maggio 2014

Una società che non pensa non ha prospettive di felicità. Ma è difficile immaginare quale sia lo strumento migliore per far pensare la gente. Certo che non lo è stata la cosiddetta cultura, la quale ha puntualmente falsificato per proprie esigenze di autoprotezione contenuti e termini di ciò che più merita pensiero.

mercoledì 7 maggio 2014

Chi non parla mai sul serio, chi racconta di tutto nei minimi dettagli e chi risponde sempre picche a qualsiasi cosa gli si dica hanno in comune un clamoroso deficit di senso dell'altro. Sono infatti persone noiose allo stesso livello. Le altre, invece, sono generalmente adorabili.
L'intelligenza si comporta all'opposto del denaro: più ne risparmi e meno te ne resta a disposizione.

sabato 26 ottobre 2013

L'arte di non appartenere

Non ricordo quale "punto debole" delle mie teorie contro la cultura mi indicasse un amico culture-addict in un nostro scambio di mail. Ricordo solo che non era l'unico che riconosco, unico ma innegabile: la mancanza di precedenti storici all'interno della cultura stessa, visto il potere di colonizzazione che la cultura tuttora esercita in esclusiva sugli intelletti non ridotti ad astuzia.

Per il mondo della cosiddetta cultura, infatti, dal produttore al consumatore, quello che sostengo è del tutto nuovo. Nessuno mai ha sollevato un autentico dubbio sulla cultura come valore implicito,  autosignificante, al di sopra di tutto ciò che si possa discutere. E tanto meno chi avrebbe ostentato posizioni demolitrici dall'interno. I futuristi predicavano che "bisogna sputare ogni giorno sull'altare dell'arte", ma sono stati addirittura tra i primi a produrre arte che non vivrebbe senza questo statuto (poesia sperimentale, creazioni rumoristiche etc.). I dadaisti affermavano che la vita è tanto più interessante dell'arte, ma per vita intendevano un'esistenza stilizzata come permanente performance provocativa, cioè come opera d'arte. Dubuffet, nel fatidico Sessantotto, pubblicava un pamphlet intitolato Asphyxiante culture, ma il suo bersaglio era la cultura dei musei e dei premi Nobel, quella alla quale guardiamo come a una parata militare: non quella che ha attribuito un senso e un valore incondizionati alla sperimentalità supponendo assoluti il senso e il valore della sua autosignificanza.
Ebbene, di questa cultura, che è tuttora l'oppio del popolo che si distinguerebbe per intelligenza e attitudine a pensare, diffido per primo, avendola per primo messa a fuoco come pura cosmesi antiborghese creata dalla borghesia per persuadere della sua competenza superiore in materia di inquietudine epocale.

Il mio nodo problematico è solo Guy Debord, che le affezioni borghesi della cosiddetta cultura le aveva avvistate in tempi per nulla sospetti e con cui i conti devo farli malgrado tutto.
Come è noto, Debord attacca i surrealisti dai suoi primi scritti, si dissocia precocemente dai suoi compagni di strada lettristi e, a pochi anni dalla fondazione dell'Internazionale Situazionista, dichiara la gratuità dell'arte che non sia poesia in atto nella vita quotidiana. Ma allora perché mai trarre dalla sua produzione teorica film sperimentali, compreso La societé du spectacle? E perché mai, se si vuole, comporre questo stesso testo con una scrittura così posturata, autoreferenziale, che certo non collabora con l'incandescenza del suo contenuto? Perché ambientarsi in quella produzione di "bellezza che non promette felicità" di cui auspicava la distruzione?
Poi, c'è che la sua acutissima critica all'attrazione per i fenomeni cui "si assiste" e che perciò non possono essere "vissuti" che da spettatori, punto chiave del suo pensiero, risulta in ultima analisi disgiunta da una vera critica radicale della cultura. Quanto meno perché Debord condanna come fonti di "rimbecillimento" il romanzo e il film senza adottare alcuna distinzione tra gli esercizi di autosignificanza dei Godard/Robbe-Grillet - di cui solo religiosi spettatori possiamo essere - e quelle immagini del possibile che spesso parlano alle nostre vite al punto che noi le ritrascriviamo e perciò le "viviamo". Debord rifiuta quindi quell'istruzione sulla vita quotidiana e psicologica che l'alibi della finzione riesce spesso a somministrarci attraverso immagini più concise di quelle che ricaviamo dal nostro stesso vissuto - soltanto soggetti di grandi gesta o di vicende paradossali non possono darci questo, per forza di cose. Sarebbe stato più logico - e tanto più rivoluzionario - contestare il libro in sé, la forzatura di cui generalmente è frutto, i romanzi che potrebbero essere racconti, i saggi che potrebbero essere articoli, la frequente artificiosità delle teorizzazioni stesse; quelle pratiche della cultura che ci suppongono spettatori comunque. Ed è chiaro che, se Debord non lo ha fatto, è perché era lui stesso, suo malgrado, colonizzato da un lì e allora; confezionato dalla solita Parigi come un intellettuale contro posturatissimo, con tutta la sua canonica paura della banalità di una visione della vita che non sia sovversiva/negativa ovunque, e quindi le sue forzature, le sue approssimazioni.

Con questo, sto dicendo che persino la cosiddetta cultura non è tutta no e persino Debord non tutto sì. Ma direi la stessa cosa affermando che non è tutto no l'occidente borghese, né tutta sì l'anarchia. Cioè, sto ricordando a chi mi legge che nulla a questo mondo è sacro, eccetto il piacere dell'uso della vita, che è il perno della nostra unica ragione certa di vivere e il motore delle nostre attitudini migliori. Il grande successo del parere opposto dipende infatti dal diffuso timore di assumerci questa responsabilità, al quale corrisponde la forte domanda di quell'oppio-dei-popoli tanto meno elitario che è il senso di appartenenza: così flessibile da soddisfare con formule apposite ogni tipo umano, dal povero diavolo all'intellettuale, appunto, e in ciascun caso costituendo un apposito tipo di ostacolo al pensare davvero con la propria testa.

L'inversa proporzionalità tra senso di appartenenza e pensiero individuale è dimostrata molto chiaramente dalla sottovalutazione dell'appartenenza alla lingua, il cui pieno possesso è invece importantissimo per l'organizzazione delle nostre idee, e la sopravvalutazione dell'appartenenza alla fede religiosa, di cui non si conoscono vantaggi che non appannino ogni bagliore dell'individuo. C'è anzi da dire - questa volta con Krishnamurti - che la fede religiosa non unisce: separa quanto tutti i meccanismi che astraggono dalla vita percepita. Ma è il prezzo di un'illusione di conforto evidentemente potentissima.
Singolare, come sempre, la declinazione di questo fenomeno nell'Italia di oggi. Non più cattolica nella pratica del costume sociale, l'Italia continua a mantenersi impermeabile alla chimica dell'occidente borghese per un cattolicesimo di attitudine: soprattutto per la persistenza tra la gente di bisogni di sublimazione della responsabilità individuale espressi in vario modo, compreso un subdolo bisogno di sacrificio catartico. Non a caso, l'Italia è in testa quanto a specialisti del ripulirsi l'anima: persone che, in nome di qualche virtuale contributo al bene sulla terra, si appagano della compressione delle loro scelte di vita e dei loro piaceri. Vegani, antitabagisti, antialcolisti, apostoli della terapia come forma di vita o di una rigida osservanza ecologistica, animalistica. Ma anche persone come una mia conoscente che, dopo avermi saputo completamente rimesso dall'intervento alla prostata e risultato sano come un pesce da accertamenti fatti e rifatti, mi avverte che sarebbe ora di darmi una regolatina quanto a vino e sigarette. Ed è interessante l'associazione di questo "popolo" a un paese che, da una parte, sopporta di tutto (stipendi bassi, pressione fiscale alta, servizi costosi e inefficienti, burocrazia raccapricciante etc.), dall'altra, ha persino un proprio stile di produzione di male sociale (mafia, classe politica sovraretribuita e per giunta corrotta, collusione tra mafia e politica, massiccia evasione fiscale etc.). Ovvero, tra forzati del male che contano sul perdono divino e forzati del bene che investono su una fantomatica buona condotta, molti italiani convergono su un approccio alla vita piuttosto astratto e svalutativo della percezione terrena. Naturalmente inconsapevole.
Ma in questo paese a dir poco sui generis, catto-nazional-popolare, contadino, contadale, per motivi concomitanti si è ancora più singolarmente campioni di appartenenza al luogo d'origine, categoria che viene sfruttata tanto come riduzione a stigma dell'individuo originario di luoghi con connotazioni negative (solite povertà, malvivenza e corruzione), quanto come coloritura di attitudini comunicative altrimenti inibite.
Tempo fa era capitato nella mia libreria un sociologo greco che insegna in Canada. Era particolarmente colpito dal sentir dire "quello è così perché è siciliano, napoletano, romano...", e da sociologo osservava che questo non può certo favorire la qualità dei rapporti tra le persone, dal momento che l'individuo ridotto a frammento di un luogo è ignorato come individuo.
Certo, un luogo d'origine affetto da una certa autarchia culturale, se ci siamo rimasti a lungo, può condizionare la nostra mentalità, ma tanto meno quanto più è marcata la nostra personalità e viva la nostra intelligenza. Insomma, da vere persone, è frequente che un luogo d'origine che non abbiamo abbandonato troppo presto ci condizioni come tipo di luogo (città grande, media o piccola, centro, periferia, campagna, mare, montagna, freddo, caldo, buio, luce etc.), ma questo non arriva a segnare che singoli tratti di quello che siamo, spesso anche secondari. Molto più indicativo, per esempio, il gruppo nostro sanguigno, dal quale dipende almeno se siamo portati più al nomadismo o alla stanzialità.
Al tempo stesso, su una scala addirittura più ampia, ha senz'altro più peso di quanto non si voglia ammettere il concetto junghiano di inconscio di razza, concetto che - malgrado Jung stesso - non implica razzismo se non lo strumentalizza un ideale razzista. Tanto che se ne sono serviti particolarmente pensatori africanisti come Frantz Fanon e Léopold Sédar Senghor ("La ragione è ellenica come l'emozione è nègre") e che ha determinato nel tempo identità diverse di approcci sia artistici che di pensiero. E' comunque un livello di appartenenza sul quale si stratifica qualsiasi tipologia individuale. Soltanto l'appartenenza a nuclei molto più ristretti può direttamente condizionare la struttura dell'individuo: nuclei ravvicinati che ci segnano oltre la nostra volontà.

Tra i mali di questa terra campeggia infatti l'appartenenza alla famiglia, che la si invochi o la si subisca: chi dalla famiglia si è lasciato lobotomizzare al punto di non essere capace che di pensiero sommario e sentimenti retorici; chi è stato educato a sentire la famiglia come un patto di sangue contro il mondo esterno, con svariate conseguenze nella vita relazionale; chi risente di vari traumi familiari che fa annegare in una mestizia dalla quale cerca di distrarsi con qualsiasi tipo di impegno, comprese altre appartenenze; chi quei traumi li riconosce uno ad uno e si sforza anche di elaborarli, ma a un prezzo carissimo.
E' così, bisogna ammetterlo, perché solo per assoluta coincidenza un dato contesto familiare, cioè una data combinazione di soggetti psicologici, culturalità, situazione economica etc., è quello che fa per un dato essere. E quando pure lo è, l'idea del figlio appendice del genitore e suo debitore per averne ricevuto la vita resta un'aberrazione: è la condizione di partenza di un generale crimine in progress contro la sua soggettività. Si comincia col dirgli che ha preso tutto da questo o quel genitore o nonno, per passare poi ad altri raggiri, altri crimini piccoli e grandi, alcuni anche in perfetta cattiva fede.
Ne escono immuni i cinici, i superficiali, certi sempliciotti dalla pellaccia dura, poi basta. E il problema è che sono in numero più che sufficiente per presidiare i meccanismi che contano nella società. Cioè, sono solo loro a "fare". Quelli che la famiglia ha in vario modo ferito restano in vario modo avvolti in loro stessi.
Almeno per questo, bisognerebbe cominciare a considerare che la consuetudine di far figli in automatico, complice impeccabile di bisogni di aderenza alla cosiddetta normalità, di autoaffermazione, di riempimento di una vita che altrimenti non si saprebbe riempire e di imbullonamento della vita amorosa, cioè della donna dalla parte dell'uomo, è l'anima di una maggioranza malata, elementarmente timorosa della vita e indegna di una civiltà che si rispetti. Non dimentichiamo che la "morale" l'hanno inventata i maschi e che sulla donna ha attecchito soltanto facendo leva sul suo bisogno animale di maternità. Ma non c'è dubbio che la perdita di vita sia di entrambi, oltre che il destino dei loro figli: un vero olocausto di pace in progress.
E' il motivo per il quale dvremmo abituarci a non sbigottire all'ipotesi di una società futura - magari! - in cui i figli li facciano soltanto persone specializzate, persone vocazionate naturalmente e preparate disciplinarmente per l'edificazione di "nuove felicità"; abituarci a non prendere per vita la demografia.
Un tempo, questi problemi scatenavano tanto pensiero e importanti pamphlet; penso soprattutto a Ronald Laing e David Cooper - consiglio anzi la visione del vecchio Family life di Ken Loach, ispirato alle teorie di Laing. Oggi sembra invece che se si sia fatto un passo indietro; o meglio, che si stia segnando il passo, a dispetto di una storia-della-vita che naturalmente si evolve. C'è un po' di nuovo medioevo. Si ha paura della coscienza che si avrebbe biologicamente. Per questo, quei salutari focolai di pensiero sono stati smaltiti insieme a quelli fasulli come il bambino con l'acqua sporca; per questo si svaluta la vita interiore, si disprezza l'analisi, ci si accontenta di aggiustarsi la pelle, di schermare le proprie disgrazie con stronzate. Ma si intuisce che per molti la vita non dev'essere questo granché.

Qualche giorno fa, è entrato in libreria un tipo un po' tronfio in cerca di libri sulla lirica. Quasi mi redarguisce per averne visti in scaffale solo due o tre e borbotta che il disinteresse per la lirica è una gran vergogna; poi mi dice che lui ne è diventato pazzo dopo aver scoperto che suo nonno era stato l'amante di una certa cantante di rilievo. Ma qualche ora fa è successo di peggio. Un altro cliente mai visto prima, dall'aspetto dignitoso, mi chiede se ho fascicoli di Storia Illustrata; gli dico che non tratto riviste; mi chiede se ho il fascicolo speciale di quella rivista dedicato alla storia universale del mondo; gli dico che anche un volume così non è del tipo che tratto; mi chiede se so se è stato ristampato; gli rispondo che ovviamente non lo so; mi chiede quali materie tratto; gli rispondo letteratura, cinema, teatro, musica, arte, filosofia, politica e scienze umane e sociali; mi chiede se ho libri di medicina, mettendomi al corrente che il suo compianto padre faceva il medico, oltre ad essere abbonato a Storia Illustrata - credo di aver semplicemente sorriso, alzato le spalle, cose simili.

Poi, so di tanti amori che falliscono per terrore di appartenenza all'altro e/o eccesso di appartenenza ad altro, continuo a incrociare culture addicts incapaci di dubbio sull'opera di cosiddetti grandi e anche di accettarlo da parte di altri, sento tanta gente convinta che il senso alla vita lo dia solo il riempirla di checchessia, ma che autentiche convinzioni non sembra esprimerne mai, e mi accorgo sempre più che la gente che viaggia tanto dice assai di rado cose che non sia noiosissimo ascoltare.
A questo proposito, a chi viaggia al semplice scopo di visitare luoghi e monumenti segnalo con piacere che, se solo fossimo abituati a giudicare anche i monumenti dal punto di vista del gusto, anziché ammirarli senza metterli in relazione a nulla, cambierebbe tutto. E sarebbe una buona mossa.

martedì 5 febbraio 2013

Spu(n)ti di riflessione

Comincio da una conversazione di qualche tempo fa con una persona più anziana di me. Si era alla vigilia delle elezioni e si parlava di miseria del nostro centrosinistra. "Bersani - diceva il signore - è solo un provinciale grezzo e ignorante. A Roma non sarà mai andato all'Accademia di Francia; sarà giusto andato alla fontana di Trevi a gettare monetine". Con identica mentalità, Sgarbi dice di Grillo che "non sa chi sia Simone Martini". Ma che cosa c'entra questo tipo di sapere con le meraviglie della vita, quelle vere, di cui Bersani farebbe bene a occuparsi e Grillo sembra che comunque lo faccia? Niente, solita retorica! Non che il politico e il poeta siano "troppo per una sola persona": almeno Vaclav Havel la sua l'ha fatta. Piuttosto, che tra certi prodotti della cosiddetta cultura - la maggior parte - e un pensiero effettivo, utile al politico come a chicchessia, passa una distanza che è sempre la retorica a colmare; naturalmente sotto forma di stilizzazioni e forzature dello scibile. La sovrastima della cosiddetta cultura, soprattutto di quella "bellezza che non promette felicità" (solito Debord), nasce dal bisogno della borghesia storica di distinguersi dal "popolo" per motivi più logici di quelli della vecchia aristocrazia. Si era infatti servita di un artificio meritocratico: affermare la superiorità della propria condotta attraverso la capacità autocertificata superiore di apprezzare cose che non è affatto istintivo apprezzare; in pratica, apprezzare l'inarrivabile - per raffinatezza, complicatezza, ma anche semplice evanescenza, scarsa presa sui sensi - per ostentare inarrivabilità. Un artificio che, almeno all'origine, sarà senz'altro costato notevoli sforzi di alienazione agli interessati, ma che nessuno, nagli anni e nei secoli, ha mai avuto il coraggio di mettere in discussione, e con la conseguenza di (mal)educare la gente alla non distinzione fra istruzione e pensiero.
Per questo, almeno col senno di oggi, si può dire che il sapere intasato di simulacri produca soprattutto replicanti: genoflessi che non sanno di esserlo soltanto perché quel sapere è ufficialmente laico. Il loro meglio è un'infarinatura di gusto in qualche modo raffinato; il loro peggio, non capire che l'evento artistico multimediale con videoproiezioni di pincopallino, suoni di pincopallone, versi di pincopalloccio, anzi di Rimbaud, recitati da pincopalletta che ha una vooooce meraviglioooosa, è per forza una bufala - e il suo costo uno dei tanti sprechi da evitare.
Naturalmente, l'ignavia di Bersani è del tipo opposto, modello base. Ma parliamo invece di Grillo, che senza Simone Martini e forse anche senza "L'uomo in rivolta" di Camus (al quale attribuirei ben altro peso) ha dato voce all'intolleranza giusta, anzi l'ha sollecitata, e che semina anche fuori del nostro paese, suscita l'osservazione. Se tutto va bene, con Grillo si va oltre Grillo. La primavera italiana che ci serve. L'Italia laboratorio dell'Occidente mezzo secolo dopo piazza Statuto, ma questa volta per i cittadini, non per l'ideologia. Finalmente una rivoluzione senza molotov e finalmente una rivoluzione non borghese.
Infatti, l'altra anima è Mujica, il presidente di una periferia del mondo che, nei suoi discorsi, parla di "felicità", scomodando una categoria così più ampia della specialità della politica. Mujica parla di uscita dai meccanismi dell'economia capitalistica che di felicità non ne producono e quello che ci suggerisce è degno della più illuminata visione della vita: riconoscere e interpretare il meglio possibile il nostro desiderio impegnandoci di conseguenza, senza industriarsi oltre. Insomma, che questo lo dica un politico è un sintomo di cui approfittare, se è una società di soggetti quella che vogliamo; e che questo bagliore venga da liggiù è il sintomo di un mondo che sta fortunatamente cambiando.

Ma ora torniamo alla microscala dell'affare cultura e sapere, che resta un brutto affare se non si realizza che il sapere tradizionalmente inteso, quello che sarebbe "potere" secondo un vecchio proverbio, non è detto né che sia stato né che sia automaticamente pensiero. C'è una parte di sapere che ha fin troppe possibilità di non essere pensiero e perciò di nutrire potere fasullo. Potere ormai innocuo su larga scala e praticamente non più esercitato da alcun soggetto, almeno fuori dagli ambienti accademici, ma ancora subito per cattiva abitudine da quella piccola parte di società che sarebbe invece la più raffinata, la più sensibile. Il problema è sempre l'affidarsi a un sistema astratto, finito, altrui, di concetti e formulazioni anziché alla facoltà meravigliosa di speculare sull'esperienza, di cui si teme evidentemente - ma direi sprovvedutamente - la banalità. E qui, purtroppo, c'entra anche la filosofia.
L'esempio chiave: l'uomo di cultura filosofica che contesta proprio il valore della soggettività invocando la formula che siamo tutti "intrisi di mondo". Spinoziana o di chi altro sia tornato sul problema poi, che cosa ci dice di rispendibile questa formula? Di sicuro, che vegliamo tutti all'impiedi e dormiamo stesi; che mangiamo più o meno tutti in orari simili, con lievi differenze tra nord e sud del mondo e tra città e campagna; che desideriamo tutti un'accettabile appagamento affettivo e un'attività che ci procuri reddito; che abbastanza spesso ci facciamo influenzare da mode di gusto e di costume... tutto ozioso, se si vuole. Problematico è solo che seminiamo figli come bestie per pura consuetudine, e lo è proprio per la scarsa considerazione del soggetto che abbiamo. Ovvero, la formula resta non problematica per la vita finché non si chiama in causa un dato che la contraddica - la soggettività, categoria presunta invece irrilevante rispetto a un tutto. Ovvero, la formula è inerte per la conoscenza non specializzata, mentre è utile a una conoscenza specializzata, la quale ammette al suo interno artifici a scopo indagativo/interpretativo. Ovvero, la filosofia è utile come piattaforma di metodi indagativi e interpretativi, ma, se scambiata per maestra di vita, inganna la conoscenza e la coscienza individuali.
Prova ne è che la psicanalisi, la scienza umana per eccellenza, si serve di fenomenologia e di filosofia del dialogo per il suo metodo, ma alle sue ipotesi e alle sue conclusioni nessuna fonte filosofica collabora mai direttamente. Svolta una certa funzione interlocutoria, viene messa da parte. Evidentemente, non è utile alla conoscenza di se stessi - come non lo sono un Lacan, un James Hillman e chiunque abbia coltivato l'ambizione borghese di rendere "artistica" la propria personale postura psicanalitica.

Con questo voglio dire che la nascita della psicanalisi, ma soprattutto l'affermazione della sua "utilità", è come se avesse spinto l'autocrate filosofia verso la costola retorica delle due culture - cioè quella umanistica. Quanto meno l'ha spinta a concedersi di operare e predicare rispetto a un surrogato della vita psichica umana molto simile a quello che soddisfa l'occulto fine alienativo/sublimativo della cosiddetta cultura in genere. Pura coda di paglia quella di Deleuze e Guattari, che negli anni Settanta avevano teorizzato l'invenzione di un inconscio fittizio da parte della società degli psicanalisti. Bisognava depistare in tempo le coscienze da un'ipotesi ormai ineludibile: che la storia di tutta l'intellettualità alienata dalle finalità pratiche della società sia la storia delle forme più sofisticate di gestione della paura; una storia dell'arte di vincere al braccio di ferro con l'emozione.
Ora, la meta di una volontà che sovrasti l'emozione, che faccia dei sentimenti solo passioni vertiginose e delle minute angosce esistenziali dubbi apocalittici con i quali si dorme lo stesso, con amor proprio sempre in ordine, potrebbe interessare a tutti; al punto che il bello della responsabilità individuale potrebbe anche andarsene al diavolo. Resta solo da verificare quale livello di piacere sopravviva a questo tutto freddamente logico, stilizzato, elegante, inodore; e anche quale stato dell'essere effettivamente adatto a vivere il piacere, il che significa soprattutto supporlo ripetibile.

Ricordo di un amico che non frequento più da un bel po'. Proprio un intellettuale parigino.
Una sera si era a casa sua e, tra gli invitati, c'era un personaggio noto. Non parlava, se ne stava prevalentemente a testa bassa, a volte si sfregava le mani. Io non osavo chiedere a nessuno che cosa avesse, capendolo bene. Poi, a un certo punto, il mio amico fa "scusa... stasera devo curare lui", al che io gli chiedo, domanda retorica, se è depresso, e l'amico mi risponde, tradendo un certo disagio, che quel personaggio aveva avuto "forti delusioni dal Partito Socialista".
Dunque, un personaggio noto che frequenta intellettuali, ma che non è esattamente un intellettuale, mostra sintomi tipici della depressione, di cui sta presumibilmente soffrendo, non possedendo quegli strumenti superiori di controllo della realtà; al tempo stesso, l'amico intellettuale, che quel male lo ignora, non lo vede, non lo riconosce, resta spiazzato, quasi sgomento, al solo sentirne il nome.
E' un fatto che mi fa pensare alla retorica del suicidio dell'intellettuale. Dico retorica perché l'opinione comune è che si tratti di un gran gesto, un suicidio cosiddetto "altruistico" (Durkheim), di segno opposto a quello del povero diavolo rimasto senza affetti e/o senza un soldo - e che non è neppure un imprenditore disperato dell'italietta montiana.
La mia opinione, in ogni caso, ribalta la scena: gran gesto quello dell'uomo comune che impugna la sorte di non-piacere che per qualche motivo gli è toccata e gesto perdente tout court quello dell'intellettuale, colto alla sprovvista dalla percezione fatale di un'esistenza mancata per baro, nascosta a se stesso attraverso artifici di mestiere. A spanne, potrebbero non essere così soltanto i suicidi di Pavese, di Stig Dagerman e forse di Guy Debord - tra quelli che mi vengono in mente.
Naturalmente, la stragrande maggioranza degli intellettuali non muore suicida; vive e predica fino alla fine bypassando la chimica della psiche umana; chi da melanconico con il solito alibi che il mondo va così, chi da fiducioso che la maschera della sprezzatura, con conseguente avarizia di sorrisi e cordialità, procuri una forma di vita accettabile e chi da finto estroverso che parla, parla e parla, senza accorgersi dell'altro. Tutti, in ogni caso, inclini a un senso dell'altro carentissimo. Tutti, dunque, soggetti cui manca un pezzo, e per un motivo ben chiaro: che sono soggetti "specializzati", mutilati individualmente dalla stessa attitudine alla specialità che disequilibra la politica e l'economia, e al pari di un prete, di un militare di carriera, di un mafioso...

La miseria della specialità, in generale, deriva dal suo costituirsi di energie concentrate in un solo ambito, a sua volta utile alla vita soltanto per una prestazione interlocutoria o perfettamente fine a sé stesso. L'economia, per esempio, è potenzialmente utile alla vita, ma non è sua funzione darci lezioni di vita, essendo la vita un'entità globale, non specializzata. E' parte della vita, ma non l'entità che la sovraordina - funzione che già il bolscevismo le aveva assegnato, causando il fallimento del socialismo reale, e che oggi sta assegnandole il capitalismo, con le conseguenze che sappiamo.
Quanto alla produzione di lavoro intellettuale, invece, la sua utilità è inversamente proporzionale al suo grado di specialità, che si tratti di produzione di pensiero o di cosiddetta arte.
L'idea dell'arte "non utile" per definizione è infatti l'assunto di base, squisitamente sovrastrutturale, di quello storico pensiero borghese, il suo credo dogmatico. Già Heidegger, cerchiobottista qual era, una funzione gliel'aveva assegnata: "abitare poeticamente il mondo". Ma siamo al solito parto elegante e laconico da società-del-discorso. Perché la possibilità che l'arte ci dia qualcosa, espletando dunque una funzione, esiste eccome, dal momento che può sia "piacerci" che "illuminarci". L'importante è che sia l'artista a sentirsi dentro questo desiderio, anziché quello di sfruttare al massimo la retorica del suo ruolo, molto più comune e che in una sola mossa lo fa competitore esibizionista e lo specializza. Insomma, ci siamo mai chiesti quanti romanzi potrebbero essere tutt'al più racconti lunghi - problema di cui ho discusso nel mio precedente post ("per un'estetica veramente anarchica") - e quanti trattati filosofici non più che lunghi articoli? Sembra che sia quasi una regola generale! Ed è chiaro che qui si passi da un'utilità all'altra, che è quella esclusiva dell'autore. Cioè, di "non utilità" non se ne parla.
Siamo noi che dobbiamo finalmente rendercene conto: anche per accedere senza dimenticarci di noi alle eventuali parti attive di questo sapere e usarle da materia prima, non elettroshock. Intanto, stiamo anche attenti alla retorica del genio, che retorica è, se si pensa all'artista. Dopo le epoche in cui tutto era ancora da fare e da pensare, è meglio dare del genio a Freud, a Gandhi, non a un Joyce o a un Duchamp o a un Cage. Nel girello della specialità, di cose geniali se ne fanno come i bambini nel loro, con la differenza che l'illimitato principio del piacere dell'artista taglia frequenze anche a sensi e sentimenti. Tutto gira su se stesso. Altro che genialità!

Un giorno, un cliente della mia libreria mi aveva sentito affermare che il miglior anarchico è quello che non sa di esserlo. Subito mi chiese a chi alludessi: si aspettava un po' di nomi di illustri personaggi. Che ve ne pare?